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Roma, 25 apr – Ogni culto, divino o meno, non dovrebbe mai separarsi dalla misura e dal vaglio della ragione, da una coscienza critica e autonoma dei suoi valori. In una parola sola, dal buonsenso. Merce rara nell’Italia degli «antifascisti del sushi» che, all’abbrivio della pandemia, preferirono elevarsi a novelli Don Ferrante, ritardando l’attuazione delle misure sanitarie – adottate poi con colpevole ritardo – paralizzati dal timore di passare per razzisti. Le conseguenze? Le viviamo ormai da mesi, chiusi nelle nostre case, privati di ogni libertà, vittime involontarie, quali siamo, del totalitarismo del Terzo millennio: il buonismo radical chic.

I brigatisti anti odio

Ma l’inviolabile peculiarità sociale e social dei buonisti, però, ogni anno cessa in un giorno speciale: il 25 aprile. In questa data, infatti, si assiste – non ce ne voglia San Gennaro, libero di astenersi come talvolta fa dal compierlo – all’unico miracolo che puntualmente si ripete sull’italico suolo: i “brigatisti anti odio”, per dirla con Roberto Pecchioli, si disfano del loro atteggiamento soccorrevole e solidarista verso il prossimo e fanno proprio il monito scritto in Les nègres da Jean Genet: «Quel che ci serve è l’odio. Da esso nasceranno le nostre idee».

E così, la “festa della liberazione” diventa quella dell’odio, rivolto a casaccio – o forse no – verso un po’ tutto. Ovviamente verso i fascisti, cioè chiunque dissenta, seppur in minima parte, da loro; verso il Tricolore, che può essere esibito solo se “corretto” – ridotto così alla guisa di un negroni sbagliato – con i simboli della resistenza, ma solo quella stellata; verso l’Inno di Mameli, al quale va obbligatoriamente preferita l’evergreen Bella Ciao; verso le forze armate, che l’anno scorso dovettero abbandonare a Viterbo la cerimonia dopo gli attacchi del presidente locale dell’Anpi. Persino la comunità ebraica non è esente da tale revisionismo civico, come evidenzia la sua mal tollerata presenza ufficiale alle “celebrazioni” da almeno cinque anni.

I monopolisti della memoria

Di converso, la machiavelliana realtà effettuale quest’anno ha portato i “monopolisti della memoria” a riscoprire – in una beffarda eterogenesi riservatagli dal beffardo destino – proprio quei mal sopportati “balconi” dai quali propongono ai loro adepti di intonare #bellaciaoinognicasa. Che lo faranno non vi è dubbio. Ma che il festival della resistenza casalinga andrà in scena proprio in ogni casa – come recita l’hashtag – questo, è piuttosto improbabile. Perché in tal senso la storia insegna prevalendo, come è giusto che sia, sulla propaganda ideologica: se quelli fascisti furono, come dimostrato da Renzo De Felice, gli anni del consenso, quelle partigiane furono settimane che mai ne godettero con la medesima intensità e condivisione.

La minoranza rumorosa

I dati certificati sul Portale dell’Archivio Centrale dello Stato, ad esempio, rivelano che i combattenti dopo l’8 settembre ’43 furono appena 10mila, diventati 30mila nel febbraio-marzo del ’44 e 130mila nei giorni precedenti il 25 aprile ’45. Solo dopo la Liberazione i dati ufficiali rivelano che i partigiani arrivarono a 250mila. Un numero anch’esso risibile: quasi lo 0,6% dei 45milioni di italiani che abitavano la Penisola, come rivelano i dati Istat. Non va meglio se rapportiamo il numero con quelli della contemporanea Repubblica di Salò che solo negli “effettivi” lo doppiava, come evidenziano i dati dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Oggi come ieri, quindi, il 25 aprile rimane essenzialmente una festa dell’odio, una giornata in ostaggio di un’élite che non è mai stata “maggioranza” nella storia italiana. Nemmeno quando, come ha ricordato Mario Ajello, «il numero dei partigiani, sul finire del fascismo, man mano che avanzavano gli alleati e la lotta si faceva meno pericolosa, ebbe un crescendo come quello del Bolero di Ravel». Che forse, a questo punto, sarebbe molto più appropriato da intonare sui balconi delle vostre “case di carta”.

Roberto Bonuglia