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Roma, 2 lug – Dallo smart working al lockdown, durante la quarantena il governo giallofucsia e la stampa italiana ci hanno subissato di nuovi anglicismi. Tipico tratto di chi, per sembrare esterofilo o in linea con i tempi, mostra in realtà il proprio inguaribile provincialismo. Prendiamo smart working: perché non usare un termine italiano invece di un forestierismo che, peraltro, in una diretta Facebook Conte ha pronunciato con l’improbabile dizione «smart uorchi»? Perché non dire, ad esempio, «lavoro agile» o «telelavoro»? Infatti non solo suona molto meglio, ma agevola anche la pronuncia di tutti noi italofoni.

«Lockdown non è corretto»

Ora, dopo mesi e mesi di serrata generale e quarantena forzata, anche l’Accademia della Crusca si è risvegliata dal suo torpore e ha battuto un colpo: il termine lockdownci dice l’autorevole istituto, massimo custode della lingua italiana – non solo è un anglicismo superfluo, ma è persino scorretto. «Lockdown è un prestito integrale dall’angloamericano – ha spiegato Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia – che ricorda il confinamento di prigionieri nelle loro celle per un periodo prolungato di tempo, solitamente come misura di sicurezza a seguito di disordini. In piena pandemia da coronavirus, la parola “lockdown” è stata impiegata specificamente per indicare le misure di contenimento messe in atto prima nella provincia cinese di Hubei, poi in Italia, in Europa e negli altri paesi colpiti dalla pandemia. E la sua diffusione è apparsa difficile da frenare anche da noi».

Il consiglio dell’Accademia della Crusca

Insomma, per quanto si possa forzare la metafora, quello che abbiamo vissuto in questi mesi non è stato propriamente un lockdown. Secondo il presidente dell’Accademia della Crusca, che già in passato aveva bacchettato l’allora ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, la lingua italiana possiede già da secoli un termine molto più adatto: si tratta della parola «confinamento». «In Italia – ha continuato Marazzini ai microfoni dell’AdnKronos – nessuno è stato pronto a fornire alternative valide a questo termine angloamericano, neanche l’Accademia della Crusca. Con il senno di poi, se potessi riscrivere la storia, direi che sarebbe il caso di seguire gli spagnoli e i francesi che hanno fatto ricorso correttamente a una parola che ha le proprie radici nelle lingue romanze: “confinamento”». In effetti, non era poi così difficile…

Valerio Benedetti

4 Commenti

  1. Il problema è emerso in tutta la sua gravità nel momento i cui il virus ha messo piede in territorio anglosassone: prima di quella data, infatti, da noi TUTTI i giornalisti usavano “quarantena”. Poi hanno sentito questo termine (lockdown) perché anche il governo inglese e quello americano hanno iniziato ad adottare misure restrittive, e come delle pecore si sono automaticamente rivolti a seguire il gregge. È stato un momento chiarificatore del senso di dignità di un popolo: il nostro, purtroppo, molto basso.
    Ragion per cui stiamo lontani dalla TV e dai social stupidi e proviamo a capire chi siamo realmente.

    • Pienamente d’accordo.
      Usare i termini italiani non significa essere dei nazionalisti o di odiare il pensiero del cosmopolitismo, bensì comunicare in un modo corretto ed efficace! Esiste questa assurda moda di utilizzare questi termini stranieri anche da persone che non hanno mai sfogliato un dizionario, o non sono in grado di contare fino a 10 in lingua inglese, o chi vuole tirarsi delle arie da saputello.
      Nei paesi esteri la parola QUARANTENA/QUARANTINE suscita confusione proprio come in Italia, pensando che siamo stati tutti contagiati.