adanegriMilano, 11 gen – Moriva oggi, nel 1945, Ada Negri, poetessa, Accademica d’Italia, paradigma del primo Novecento. Non volle aspettare la fine della guerra rovinosa, ma si fece trovare morta dalla figlia nel suo studio. Fra le mani teneva Fons amoris, l’ultima fatica poetica di una lunga serie, iniziata quando era giovanissima, da quando scopriva il mondo dalla trincea della portineria dov’era nata. Nata povera, nelle stanze dove la nonna faceva la portinaia di un palazzo nobiliare; dove non c’era spazio nemmeno per il fratello, affidato a uno zio; dove la madre era meno presente della madonna appesa alla parete, martire della fabbrica per tredici ore al giorno; dove il padre ha fatto in tempo a sgranare gli occhi per l’ultima volta, morendo prima che la figlia iniziasse a parlare. Soprattutto prima che iniziasse a scrivere.

Dalla sua umile postazione Ada Negri inizia a cadenzare i passi in endecasillabi, a scandire le giornate su basi metriche. Il terreno in cui è piantata pare povero a quelli dei piani di sopra, ma in realtà è ricchissimo. Terra rossa e scura, quasi nera, dove si mischia il sangue degli ultimi e il fumo della fabbrica dove la madre annerisce a giornate per sperare in un’ora di luce. Nel buio di quella trincea Ada Negri diventa poetessa-soldato. Carica la penna come un fucile con parole salate e dure. Accende la miccia della propria bocca con la fiamma di chi arde dentro.

Io non ho nome.
Io son la rozza figlia
dell’umida stamberga
plebe triste e dannata è mia famiglia
ma un’indomita fiamma in me s’alberga.

Grazie a quella fiamma Ada Negri uscirà dalla trincea per conquistare il suo pezzo di cielo, compiendo quel movimento all’assalto che diventerà il mito fondativo del Novecento e nel quale la poetessa sarà tra i primi a salire. Continua a studiare grazie ai sacrifici della “Madre operaia” e diventa maestra. Di giorno, perché la notte scrive quello che la fiamma le detta. Inizia a sparare i suoi versi sui giornali e nel 1892 arriva già la consacrazione: pubblica Fatalità con Treves, l’editore di D’Annunzio. Sarà una palla di cannone:

O grasso mondo di borghesi astuti di calcoli nutrito e di polpette,
mondo di milionari ben pasciuti e di bimbe civette;
o mondo di clorotiche donnine che vanno a messa per guardar
l’amante, o mondo d’adulterii e di rapine e di speranze infrante;
e sei tu dunque, tu, mondo bugiardo, che vuoi celarmi il sol
degl’ideali, e sei tu dunque, tu, pigmeo codardo, che vuoi tapparmi l’ali?…
Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto: tu menti e pungi e mordi, io ti
disprezzo: dell’estro arride a me l’aurato incanto, tu affondi nel lezzo.

Il pubblico e la critica però mangiano ingordi quell’ostia dura ma saporita e Ada Negri si ritrova, a ventitre anni, insegnante di scuola superiore a Milano per decreto ministeriale. Da questo momento la poetessa spiega le vele e compie il suo vasto periplo. Sotto la Madunina diventa la “vergine rossa” e le sue poesie “del quarto stato” catturano e respingono allo stesso tempo, coprendola di popolarità. Sarà respinto Benedetto Croce, che dall’interno delle sue parentesi non riuscirà ad accettare il successo della Negri, sino a dichiararla “impoetica”. Saranno attratti invece Turati e Mussolini, che le saranno compagni di viaggio. Ma allo scoppio della Prima guerra mondiale – nel frattempo Ada viaggia, si sposa, diventa madre, si separa – non avrà dubbi su chi tirare giù dalla torre. Sceglie la guerra, la rivoluzione, Mussolini. Frequenta la redazione del Popolo d’Italia e Margherita Sarfatti, continua a scrivere e pubblicare, ottiene spazi sui giornali, ottiene spazi sugli spartiti che mettono in musica le sue poesie.

adanegri2Arriverà quasi al ­Nobel, nel 1926; quello vinto da Grazia Deledda, perso dalla Negri – si dice – per alcune posizioni dure contro la Chiesa. Nel 1931 comunque ottiene in Campidoglio il premio Mussolini alla carriera e nel 1940 è la prima donna a diventare ‘Accademica d’Italia’, succedendo a Cesare Pescarella. Sarà Guglielmo Marconi a darle il benvenuto nell’eccellenza culturale italiana e a marcare un altro metro di distanza dalla portineria dov’era nata. Distante ma non dimenticata, in fondo alla strada, proprio dietro l’angolo, in fondo alla pianta, sotto la brace. Ada Negri ha settant’anni e cinque ancora da vivere, fra gli alti della consacrazione e i bassi della guerra.

Nonostante la sua popolarità e il suo primato fra le poetesse italiane, nonostante la potenza dei suoi versi che pescano nelle profondità del mare sociale e dell’amore, che scalano le vette dell’intimismo e dello spirito, nonostante il suo verso libero così moderno, così ancora necessario, Ada Negri dopo la Seconda guerra mondiale finisce nel pantheon dismesso delle divinità fasciste. Quello con su scritto non entrare, damnatio memoriae. Il tempo e la purga hanno poi consentito un parziale recupero ufficiale, nonostante che “la poetessa d’Italia” i suoi lettori non li abbia mai persi. Quel pubblico più vero della critica, fra cui troviamo anche Alda Merini, ‘scoperta’ proprio dalla cugina di Ada Negri e quindi legata a doppio filo, biografico e poetico, alla quercia che non crolla al vento, e nemmeno alle sante inquisizioni.

Ai torturanti guai
opposi l’energia di cento vite
nulla piega il mio fronte e il mio pensiero
Io son forte, è vero
io son la quercia che non crolla al vento.

Simone Pellico

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