Esattamente un anno fa, nel numero del Primato Nazionale di aprile 2021, pubblicammo una mia intervista a Günter Maschke. Come ho appreso con grande tristezza, lo scorso 7 febbraio Günter è andato avanti. Per chi non lo conoscesse, Maschke era uno degli intellettuali di punta della nuova destra tedesca, nonché uno dei massimi conoscitori del pensiero di Carl Schmitt a livello mondiale. Per sapere più da vicino chi era Maschke, e che cosa ha rappresentato per la cultura tedesca, non posso che invitarvi a riprendere in mano l’intervista pubblicata l’anno scorso: a mo’ di introduzione, infatti, ne avevo tracciato un profilo biografico, che è possibile leggere anche online qui sul nostro sito internet.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2022

Come mi ha fatto notare un comune amico, Eberhard Straub, quella al Primato Nazionale è stata la sua ultima intervista. Non vi nascondo che questa circostanza mi riempie sì di tristezza, ma anche di orgoglio, perché la nostra rivista si è sempre distinta per il dialogo con le migliori menti della cultura non conforme a livello europeo. E anche stavolta ha tenuto fede al suo programma.

Un ultimo saluto a Günter Maschke

Non ho mai conosciuto Maschke di persona. Il suo nome mi era noto solo per le mie letture schmittiane. Poi, durante il mio ultimo soggiorno berlinese, un altro amico mi fece dono di un libro molto particolare: Verräter schlafen nicht (Kiel 2011). E cioè: «i traditori non dormono». Si tratta di un libro-intervista in cui Maschke ripercorre tutta la sua biografia, sia esistenziale che culturale. Diedi una scorsa veloce al volume, quasi per noia: ero infatti convinto che fosse il solito libro da riporre il più presto possibile sullo scaffale di casa. E invece, pagina dopo pagina, rimanevo affascinato dalle parole di Günter, e soprattutto dallo spirito indomito di cui erano impregnate.

Tra i vari doni che ricevetti dagli amici berlinesi, c’era anche l’opus magnum di Maschke: Der Tod des Carl Schmitt (1987, 20122), che poi altro non è che la summa di tutti i suoi studi schmittiani. Me lo divorai in un paio di giorni. Insomma, era destino: di lì a qualche giorno mi feci dare il suo contatto, preceduto anche da telefonata di raccomandazione. I tedeschi, si sa, sono formali. Ma di quella formalità che in certe occasioni non guasta, e che nell’era dei social si sta purtroppo perdendo.

Non avendo Maschke un indirizzo di posta elettronica, le nostre conversazioni avvenivano perlopiù per telefono. Conversazioni che mediamente duravano un’ora e mezza – cosa che mi toglieva letteralmente la vita, ma era davvero un piacere ascoltarlo. Le telefonate, infatti, erano costellate di dotte spiegazioni di teoria politica, gustosi aneddoti tratti dalla sua vita avventurosa, battute dissacranti, risate e lunghe riflessioni sui temi più svariati. Non era uno che ti faceva parlare tanto, Günter. Quasi sempre dovevo incunearmi nel bel mezzo di un discorso, magari facendo finta di non aver capito una parola. E allora gli dicevo la mia. Tra le altre cose, Maschke mi aveva detto che…

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