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Addio a Kim Ki-duk, l’Eraclito senza maschere del cinema orientale

by Eugenio Palazzini
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Kim ki-duk, regista

Roma, 11 dic – E’ morto Kim Ki-duk e con lui si dissolve l’ultima lectio magistralis del cinema orientale. Il grande regista coreano è deceduto in Lettonia all’età di 59 anni per complicazioni legate al coronavirus, stando a quanto riportato dal giornale locale Delfi. Leone d’Oro nel 2012 alla 69esima edizione del Festival del Cinema di Venezia con il film Pietà, si trovava nel Paese baltico dallo scorso 20 novembre. Intendeva acquistare una casa a Jurmala, città balneare sul golfo di Riga, ma non si era presentato all’incontro con il venditore. La morte del regista sudcoreano è stata confermata anche dalla sua interprete, Daria Krutova.

Kim Ki-duk, inafferrabile regista zen 

Kim Ki-duk è dunque andato oltre, ma restano le sue pellicole. Uniche e preziose perché ogni volta che le riavvolgi si mostrano differenti, fedeli al frammento misterico di Eraclito: “non si entra mai nello stesso fiume, perché il fiume non è mai lo stesso”. Una su tutte, Primavera, autunno, estate, inverno… e ancora primavera, magistrale parabola zen. Girata in un luogo atemporale, dove un monaco e il suo discepolo contemplano lo scorrere delle stagioni e dei suoi colori. L’espiazione e la penitenza, la gioia e il dolore, la meditazione e la rabbia… tutto fluisce, tutto si ripete, tutto finisce per poi ricominciare. E il protagonista assoluto è il silenzio. Un silenzio che riesce a comunicare molto più di qualsiasi dialogo, concentrando l’attenzione dello spettatore sulla potenza evocatrice delle immagini. Poiché come per le più classiche opere orientali ogni commento è superfluo, meglio tacere e osservare.

Time, giù la maschera

E poi c’è Time, geniale allegoria in chiave postmoderna dell’attuale società edonista, dove il silenzio è sostituito dalla parlantina incessante. E non può essere altrimenti perché in questo caso lo scenario è la città, una normalissima metropoli attuale, caotica e rumorosa. Qui l’abitudine consuma e il ripetersi del gesto, incapace di rinnovarsi, svanisce il desiderio e spegne la passione. Così una ragazza ossessionata dall’idea di non attrarre più il proprio partner decide di ricorrere al chirurgo plastico e cambiare faccia.

Mutare l’aspetto del proprio volto non significa però diventare un’altra persona, ma pirandellianamente non essere più riconoscibile agli altri e a se stessi. Credere quindi che l’immagine di sé sia tutto porta alla completa perdita d’identità. L’uomo, narcisista fino all’esasperazione, si illude di poter impedire l’inevitabile decadenza del proprio corpo, magari spalmandosi miracolose creme antirughe o intraprendendo cure antinvecchiamento. E’ l’incapacità dell’uomo contemporaneo di accettare la propria vita, senza mai afferrarla, senza mai viverla davvero. Giù la maschera dunque, tutto scorre. Kim Ki-duk ha solo attraversato il fiume.

Eugenio Palazzini

 

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6 comments

Anton 11 Dicembre 2020 - 7:23

Oltre a “Primavera , Autunno, Inverno… ” (“Bom, Yeoreum, Gyeoul… “; 2003) ho apprezzato anche “Ferro 3” (“Bin Jip”, 2004).

Non so se lo Zen abbia qualcosa a che fare con il suo cinema ma posso dire che, per quanto mi riguarda – in base a quel pochissimo che ho visto (e rivisto) dei suoi film – Kim Ki Duk era un vero autore e non un mestierante del cinema: possedeva una sua poetica, dei temi ricorrenti (ad esempio: la ciclicità della Vita, il tema del ritorno, l’espiazione), un suo stile e un suo ritmo nel raccontare le storie.

E pensare che era un regista/attore praticamente autodidatta.

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Addio a Kim Ki-duk, l’Eraclito senza maschere del cinema orientale - 11 Dicembre 2020 - 8:50

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Addio a Kim Ki-duk, l'Eraclito senza maschere del cinema orientale | NUTesla | The Informant 11 Dicembre 2020 - 9:12

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Addio a Kim Ki-duk, l’Eraclito senza maschere del cinema orientale - Citytaly 12 Dicembre 2020 - 12:37

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Pierino Porcospino 12 Dicembre 2020 - 1:01

Kim Ki Duk è stato un grande cineasta, spesso sopravvalutato. Non sono d’accordo sulla scomparsa dell’ultima lectio magistrali. In Asia ci sono tanti altri cineasti in grado di raccontare il presente e la tradizione in modo meraviglioso.

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Stefano 12 Dicembre 2020 - 5:03

Semplicemente uno dei più grandi cineasti della nostra epoca, un vero artista della regia lontano dai riflettori e dalle fisime occidentaliste della “società dello spettacolo” decadente ed edonista, una società che egli con i suoi film mette a nudo in tutte le sue debolezze e meschinità, un grande Maestro Zen dietro la cinepresa… Una grande perdita, l’ennesima in questo anno disgraziato. R.I.P.

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