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pollock alcccFirenze, 5 feb – Dopo quindici mesi di restauro torna alla luce Alchemy di Jackson Pollock, grazie al lavoro dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. In mostra dal prossimo weekend.

“Se ci si fosse accontentati quando si era giunti al bianco o al rosso perfetto, senza fare le moltiplicazioni, ci si sarebbe accontentati di poco, giacché le moltiplicazioni realizzano un tesoro e un potere che crescono all’infinito”. Quando Pollock dipinse Alchemy (Alchimia, ndr) nel 1947 – rivoluzionando con la tecnica del dripping (colatura) tutto quanto era stato detto fino a quel momento nell’arte pittorica – probabilmente non aveva letto della moltiplicazione dei colori alchemici ne “La Tradizione Ermetica” di Evola. Eppure rileggendo quelle righe oggi, ogni amante di pittura moderna non potrà fare a meno di pensare al genio del massimo esponente dell’action painting, Jackson Pollock appunto.

Finalmente oggi, dopo ben quindici mesi di restauro, il primo dripping dell’artista americano torna alla luce a Firenze, grazie all’intervento dell’Opificio delle Pietre Dure. L’istituto fiorentino, facente capo al Ministero dei beni e delle attività culturali, dopo aver partecipato alla fase di esame analitico del dipinto con la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York, si è infatti occupato in piena autonomia di tutti gli step di pulitura della complessa superficie dell’opera. Operazione di difficile realizzazione, se si pensa che l’innovativa tecnica utilizzata dal pittore consisteva proprio nello sgocciolamento della pittura sulla tela stesa a terra, rendendo quindi il trattamento del dipinto particolarmente insidioso.

Il progetto, portato a termine perfettamente dalla struttura di eccellenza fiorentina, rappresenta la prima forma di collaborazione con il museo Peggy Guggenheim di Venezia – dove sono attualmente conservati capolavori del Cubismo, Futurismo, Pittura Metafisica, Astrattismo europeo, scultura d’avanguardia, Surrealismo ed Espressionismo Astratto americano, di alcuni dei più grandi artisti del XX secolo. Collaborazione che si prevede seguirà nei prossimi mesi con lo studio ed il restauro di altri nove dipinti di Pollock realizzati tra il 1942 e il 1947.

Per celebrare intanto la perfetta riuscita dell’operazione – che come sottolinea la direttrice del restauro Cecilia Frosinini “ha permesso di individuare ben diciannove diversi colori che conferivano al dipinto una luminosità e una brillantezza andate perse negli anni” – l’Alchimia verrà esposta in anteprima sabato e domenica prossima a Firenze, proprio presso l’Opificio. Dopodichè farà rientro a Venezia, dove sarà inaugurata una mostra scientifica sullo studio e sull’intervento di restauro dal titolo “Alchimia di Jackson Pollock: viaggio all’interno della materia”. L’esposizione, che aprirà il 14 Febbraio, consentirà al pubblico di riscoprire attraverso video, riproduzioni in 3D, touch-screen e strumenti interattivi l’esplosione dei colori ritrovati dopo il lungo intervento di pulitura.

E come ci ricorda Stefano Andreani nell’appendice al testo di Evola richiamato in precedenza: “Nell’alchimia era il colore fondamento di ogni «operazione». Il colore, la mancanza del buio, non del nero. La grande scoperta era che l’uomo fosse animale cromatico. Il cromatismo era per sempre allegato e ipostatizzato alle viscere del mondo. La Weltanschauung era colore. Mercurii fluttuavano, non ladri, ma talvolta bugiardi”.

Davide Trovato

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