Roma, 16 giu – Oggi ricorre l’anniversario della morte di uno dei più grandi eroi italiani della storia contemporanea. Scomodissimo e politicamente scorretto nell’era della Cancel Culture, questo grande italiano riuscì ad inginocchiare l’Inghilterra nelle terre coloniali dell’Africa Orientale. Anche se il suo nome non figura sui libri di testo scolastici e la sua memoria è stata relegata unicamente a pochi studiosi, alle Forze Armate e ad un manipolo di associazioni culturali e combattentistiche, l’intera vita di Amedeo Guillet non ha nulla da invidiare a quella di grandi personaggi come Lawrence D’Arabia o agli eroi di Hollywood.

Dalla campagna di Abissinia alla Guerra di Spagna

Amedeo Guillet era un ufficiale di Cavalleria e giovane promessa dell’equitazione italiana. In molti già lo immaginavano sul podio delle olimpiadi berlinesi del 1936 se non fosse che, a quello storico evento, Amedeo non partecipò mai perché preferì seguire il suo dovere di soldato nella campagna di Abissinia.

In Abissinia Amedeo era lontano da casa e dalla sua giovane cugina Beatrice Gandolfo, di cui era innamorato ma che non poté sposare. La mancata unione fu a causa di una legge su demografia e matrimonio la quale avrebbe minimizzato sia l’unione tra i due amanti, sia la carriera militare di Amedeo.

“Il coraggio è un un’atteggiamento spirituale che può essere acquisito o naturale. Perché il coraggio esista è necessario possedere la volontà di essere all’altezza delle aspettative”, diceva Guillet. Al di là del Mediterraneo, dalla Libia all’Etiopia, in breve tempo Guillet familiarizzò non solo con la geografia dei territori e le strategie militari adottate in quei luoghi sabbiosi, ma anche con ogni aspetto della società indigena. Dallo studio della lingua araba al culto religioso, Amedeo Guillet scoprì un nuovo affascinante mondo che lo porterà in seguito alla conversione giurando sul Corano.

Nel 1937, volontario in una Spagna divisa in una guerra più internazionale e ideologica che civile, Amedeo Guillet diede grande prova di valore guerriero. Il giovane ufficiale fu prima al comando di una divisione di Fiamme Nere e poi condusse un tabor di cavalleria marocchina insieme al quale venne ferito durante uno scontro.

Dalla Libia all’Eritrea

Arrivato in Libia dopo una breve convalescenza in Italia, Amedeo Guillet venne messo a capo del VII squadrone Savari per poi essere trasferito in Eritrea. Qui fu nominato comandante di quello che sarebbe diventato il leggendario Gruppo Bande Amhara. Era un’unità militare multietnica di 1.700 uomini tra eritrei, yemeniti ed etiopi al servizio del Regio Esercito italiano. Il Gruppo aveva l’incarico di contrastare il nemico in piena libertà di azione.

In un villaggio eritreo, durante una pausa dai temerari combattimenti, Amedeo conobbe la diciassettenne Kadjia nel 1938. Dopo una lunga e determinata corte avanzata dalla ragazza africana, tra i due nacque un amore coloniale che rinvigorì ancor di più la forza d’animo del tenente piemontese e lo accompagnò per tutta la sua permanenza in quelle terre.

Il Comandante Diavolo

Con l’avvicinarsi dello scoppio della seconda guerra mondiale, nel 1939 la banda del tenente capuano-piemontese fu impegnata in diverse cariche a cavallo contro i ribelli anti-italiani. Epici combattimenti che procurarono ad Amedeo Guillet la Medaglia d’argento al Valor Militare. Forse ancora più importante però, fu il soprannome di “Comandante Diavolo” affibiatogli dai suoi soldati indigeni che rimasero stregati dall’incredibile coraggio del loro comandante fino a ritenerlo “immortale”.

Furono anni di grande prestigio militare per Guillet. Le sue gesta animavano i discorsi nei circoli ufficiali italiani e, al contempo, si trovavano sempre al centro dei rapporti dei suoi avversari. Il primo fra tutti fu il maggiore dell’intelligence britannica, Max Harari, che Amedeo ritroverà poi in una lunga amicizia di un Europa pacificata.

L’ultima carica a cavallo della storia militare africana

Nel 1941, l’Eritrea subiva una sempre più crescente presenza bellica battente la bandiera della Gran Bretagna. Di ritorno al forte di Cheru dopo una lunga marcia di pattugliamento, Amedeo Guillet e i suoi cavalleggeri vennero immediatamente re-inviati a combattere gli inglesi. Essi si preparavano ad accerchiare migliaia di soldati italiani in ritirata verso Agordat.
All’alba del 21 gennaio, il “Cummundar – as Shaitan” (Comandante Diavolo) e il suo Gruppo Bande, armati unicamente di spade, fucili e bombe a mano, mossero un eroica carica a cavallo contro le ben meglio equipaggiate truppe anglo-indiane della IV^Divisione e i loro carri armati.

L’eroismo del fedele Renato Togni

In quella che fu l’ultima carica di cavalleria nella storia militare africana, nel giorno del suo compleanno sacrificò la propria vita il vice-comandante delle bande, Renato Togni. Per coprire la manovra degli uomini di Guillet, il tenente italiano Togni, in sella al fedele Sandor, il cavallo di Amedeo, aizzò i suoi trenta soldati a una gloria più grande della vita stessa. Egli lasciò loro la libertà di aderire o rifiutare una missione inevitabilmente suicida. Dinnanzi allo sguardo fermo e impassibile dei suoi àscari, il tenente Togni levò alta la scimitarra ordinando la sua ultima carica al grido “Savoia” e consegnando la propria vita all’immortalità della storia.

Un’ora dopo, alla testa dei cinquecento uomini delle Bande Amhara, Amedeo Guillet attaccò nuovamente la fanteria dei sikh indiani e l’artiglieria britannica. Un travolgente assalto che lasciò dietro di sé centinaia di morti e feriti di ambo gli schieramenti ma permise, momentaneamente, la ritirata di migliaia dei soldati italiani.
Il Comandante Diavolo e i suoi camerati sopravvissuti affrontarono successivamente anche le sanguinose battaglie di Cochen e Teclesan prima di arrivare alla capitolazione italiana con la presa inglese di Asmara, il 1°aprile del 1941.

La nuova identità araba

Sullo sfondo di un’Eritrea che ammainava il tricolore italiano con lo stemma sabaudo per issare l’union jack dell’impero britannico, Amedeo non si diede per vinto. Come fece D’Annunzio a Fiume, rifiutando la resa di Roma egli iniziò a condurre la sua guerra privata contro l’occupante di Londra. Vestendo i panni di guerrigliero, radunò un centinaio di suoi fedeli soldati, arruolando nuovi àscari e cambiando radicalmente la propria identità. Ahmed Abdallah al Redai, questo il nome arabo di un nuovo Amedeo yemenita di confessione musulmana che diverrà un un’affascinante incubo per truppe e comandi inglesi.

Guardia e ladro

Iniziò presto una sorta di caccia all’uomo romantica che potremo paragonare a quella tra il bandito Arsenio Lupin e l’ispettore Zenigata, non fosse per l’incredibile veridicità della storia rispetto al romanzo. Amedeo Guillet continuerà a infliggere duri fendenti all’esercito di sua maestà con brillanti azioni di guerriglia e sabotaggio che lo premiarono di una ricca taglia sulla sua testa.

Nonostante le mille sterline d’oro avrebbero potuto cambiare le vite dei suoi uomini o quelle dei capi-tribù eritrei, nessuno lo denunciò mai alle autorità come aveva invece auspicato l’Intelligence Service. In soli 8 mesi il promosso capitano Guillet procurò agli inglesi un danno economico e infrastrutturale enorme. Minò ponti e ferrovie, distrusse strade e gallerie, depredò depositi e ostacolò al popolo della sterlina ogni via di comunicazione.

La taglia sulla testa di Guillet

Ma il maggior danno materiale e fisico (nel senso anale del termine), fu forse quando l’Amedeo Ahmed Abdallah al Redai bussò alla porta dei servizi segreti inglesi intascando lui stesso la taglia sulla sua testa, in cambio di false informazioni che depistarono i suoi predatori. Un vero colpo da maestro degno del copione di un film che l’élite culturale buonista italiana non ci farà mai vedere. Vittorio Dan Segre invece, nel suo libro La Guerra privata del Tenente Guillet questa sceneggiatura l’ha scritta ottimamente. L’ex nemico racconta nel testo la grande ammirazione che nutriva verso un avversario che continuava a farla sotto il naso della perfida Albione. Guillet trovò sempre eccezionali vie di fuga, armate o addirittura travestito da vecchio sordo in preghiera azzoppato verso la Mecca.

La ritirata sul Mar Rosso

Con la truppa decimata, le ferite di guerra, la malaria e il cerchio delle guardie inglesi sempre più stretto alle calcagna, insieme al suo fedele compagno Daifallah e oramai semi-arreso, dopo aver racimolato un po’ di quattrini a Massaua Amedeo tentò la ritirata in Yemen. Attraversò il Mar Rosso a bordo di un sambuco, piccola imbarcazione il cui timone era però governato da un nakuda sunnita di rito sciafeita. Quest’ultimo entrò presto in contrasto con i due reduci che invece si finsero zeiditi. Buttato a mare, dopo aver raggiunto la riva a nuoto sperando nella distrazione degli squali, Amedeo Guillet e il suo amico intrapresero una lunga camminata nel deserto eritreo seguendo la costa.

Il pozzo del vecchio saggio

Altri guai non tardarono ad arrivare e i due vennero presto depredati e massacrati a bastonate da un gruppo di pastori nomadi che li lasciarono a terra sanguinanti. Ripreso con fatica il cammino sotto il sole cocente nell’ostile deserto, per i due amici nudi e malconci arrivò presto la sete e lo sconforto. Ancora una volta però, il destino mandò loro in aiuto un brav’uomo, Al Sayed Ibrahim, di stirpe sceriffale, che li raccolse ospitandoli nella sua umile ma sicura dimora.

Diversi anni più tardi Amedeo Guillet tornò a far visita a quel vecchio sceriffo. Senza riconosce il Comandante Diavolo, egli si scusò per non poter offrire da bere all’ospite a causa della rottura del pozzo. Raccontò di quando Allah gli inviò due viandanti angeli per metterlo alla prova. Senza scoprire la sua identità, la stessa notte Amedeo pagò due operai per riparare il pozzo. Lasciò così al saggio Ibrahim un nuovo capitolo per la sua storia da raccontare ai pellegrini del deserto.

Un anno in Yemen

Ripreso il suo avventuroso viaggio e sbarcato finalmente in Yemen, Amedeo affrontò un difficile periodo trascorso in carcere a Hodeida scambiato inizialmente per una spia inglese in uno scherzo del destino. Per i suoi trascorsi guerrieri Amedeo entrò nelle grazie del re imam Yahiah. Dopo più di un anno vissuto in tranquillità a Sanàa, il monarca yemenita lo aiutò ad imbarcarsi sulla nave della Croce Rossa italiana per rientrare in patria dove sbarcò il 3 settembre 1943.

Il ritorno in un Italia tradita

Il promosso maggiore Guillet, grado già conferito a sua insaputa ma mai consegnato per l’impossibilità di trovarlo, una volta in Italia si mise subito alla ricerca di nuovi finanziamenti e armi. Amedeo Guillet intendeva essere ri-paracadutato in Etiopia per tornare a combattere la sua guerra nel Corno d’Africa. Arrivò però l’armistizio firmato l’8 settembre da Badoglio e il Comandante Diavolo si trovò costretto a modificare i suoi piani.

Scese nel Meridione attraversando clandestinamente la linea Gustav che separava un’Italia occupata a nord dai tedeschi e a sud dagli alleati. Giunto a Brindisi, sfuggendo ai controlli anglo-americani, Amedeo incontrò il re Vittorio Emanuele III per ricevere nuove consegne. Il re ascoltò curioso le eroiche avventure del suo suddito in armi per poi congedarlo. “Lei ha fatto il suo dovere, Le sono molto grato. Si ricordi che noi passiamo ma l’Italia rimane e bisogna servirla in ogni modo perché la cosa più grande che ha un uomo è la propria patria”.

Il ritorno da Beatrice nella guerra civile

Tornato a Napoli tra le braccia della fidanzata, Amedeo le confessa la storia d’amore consumata in Africa con Kadija. Nonostante l’avesse atteso con immutata speranza e pazienza, Beatrice non lo condannò e anzi volle conoscere la giovane eritrea. I due finalmente si sposarono nel 1944 e Bice diede due figli ad Amedeo; Paolo e Alfredo. Nonostante i suoi soli 37 anni, Guillet divenne generale e agente dei servizi segreti. Nell’aprile ’45, a Salò, questo ruolo gli permise di mettere in salvo dalla furia partigiana e dallo spionaggio angloamericano, importanti archivi militari.

In quelle stesse giornate cariche di caos dettato dall’odio fratricida, il Comandante Diavolo riuscì anche nell’impresa di sottrarre alla Brigata partigiana Garibaldi, la corona imperiale del Negus d’Etiopia. L’intenzione di Amedeo Guillet era di restituirla al suo legittimo proprietario e riappacificare i due popoli. In vista di un suo nuovo viaggio in Africa da agente segreto, Beatrice porse ad Amedeo un braccialetto da consegnare a Kadija, la fortunata donna che si prese cura del marito condiviso.

Le avventure nel dopo guerra

Con la Vittoria del referendum per l’Italia repubblicana, da fedele monarchico, Amedeo rassegnò le sue dimissioni dall’esercito italiano. Riprese gli studi conseguendo la laurea in scienze politiche nel 1947. Il rapporto viscerale di Guillet con l’Africa e l’ottima conoscenza della lingua e della cultura araba lo portò ad iniziare così la carriera diplomatica da ambasciatore italiano.

In Egitto nel 1950 Guillet svolse il compito di Segretario di legazione a Il Cairo. Divenne poi Ambasciatore in Yemen nel 1954 dove fu Incaricato d’Affari e accolto dal figlio dell’imam, suo vecchio amico, con un caloroso “Ahmed finalmente sei tornato a casa”. Venne poi nominato ambasciatore in Giordania nel 1962 al galoppo per Amman con re Hussein.

Vestendo il ruolo di ambasciatore in Marocco, nella scintilla del colpo di stato del 1967, partecipò ad una sparatoria durante un ricevimento e salvò la vita ad alcuni importanti diplomatici tra cui l’ambasciatore tedesco della Repubblica Federale Germanica. Di risposta, lo Stato tedesco conferì ad Amedeo la Gran Croce con Stella e Striscia dell’Oriente al Merito della Repubblica. Ma la fortuna di Amedeo non lo abbandonò mai e lo portò a sopravvivere illeso anche a ben due incidenti aerei nello stesso giorno.

La pace tra Gandhi e la pensione

Al termine della sua lunga carriera che attraversò quasi interamente il XX secolo, dal 1971 Amedeo Guillet ricoprì anche il ruolo di ambasciatore in India. dai suoi ex nemici al servizio degli inglesi, conobbe e collaborò con il primo ministro Indira Gandhi. Dopo aver sempre promosso il dialogo e la pace tra cristiani, ebrei e musulmani, nel 1975, per limite di età, per Amedeo arrivò il tempo della più che guadagnata pensione.

Nella propria casa irlandese, il pensionato Amedeo Guillet custodiva gelosamente due importanti regali avuti da personalità a lui riconoscenti. Una era la reliquia di una spina della corona di Cristo, mentre nella sua scuderia, si prendeva cura dell’ultimo discendente del cavallo di Maometto. Simboli ancestrali di un rapporto spirituale costante con le sue origini e la sua Fede. Mentre in pochi in Italia conoscevano la sua storia, impegnati com’erano a ricercare quella di improbabili supereroi d’oltreoceano, nel Regno Unito il Comandante Diavolo era una sorta di istituzione, invitato con tutti gli onori ai ricevimenti e studiato sui libri di storia.

L’ultimo viaggio in Eritrea

Sopravvissuto alle mille insidie del Novecento, l’ormai novantenne Amedeo Guillet entrò nel terzo millennio tornando per l’ultima volta in Eritrea nel 2000. Ad Asmara venne accolto ufficialmente con tutti gli onori riservati a un capo di Stato. Per gli eritrei il Comandante Diavolo fu il primo eroe che lottò e permise l’indipendenza della patria dall’Etiopia di re Heile Selassie e dall’impero britannico.

L’intera nazione eritrea ancora oggi ne studia le gesta e ne conserva la gratitudine. Sempre nel 2000, Amedeo Guillet riceverà a giugno la cittadinanza onoraria di Capua, nido d’amore giovanile con la cugina Bice. A novembre, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, conferirà a Guillet la più alta onorificenza della Gran Croce dell’Ordine Militare d’Italia. A 101 anni compiuti e dopo aver beffato la morte per l’intera vita, il Comandante Diavolo si spense in meritato riposo a Roma, il 16 giugno 2010.

Un Italia che non ricorda i suoi eroi

Definito da molti il Lawrence d’Arabia italiano, a differenza del patriota inglese Amedeo Guillet non ebbe alle spalle un impero come quello britannico ma poté contare unicamente sulle sue forze. Potè contare sulla sua incredibile fortuna e sul suo genio. Sul coraggio dei suoi fedeli commilitoni del Gruppo Bande Amhara con i quali aveva intrecciato uno spirito di corpo di un cameratismo assoluto.

Fu uomo e italiano di altri tempi che, come molti della sua generazione, trasformò la propria esistenza in un’avventura mitologica. Amedeo Guillet è stato un gigante contemporaneo che ha unito più vite in un’unica immensa opera d’arte che ha consegnato alla storia. Una storia che, nella sua amata Italia, merita sicuramente più rispetto e gloria di quanto non si sia fatto fino adesso.

Andrea Bonazza

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta