Roma, 16 giu – Fare l’archeologo non è mai stato così difficile: Indiana Jones si è rivelato essere uno scorcio ottimistico su una professione che non paga più dividendo. È la storia di Nicolò Daviddi, giovane archeologo fiorentino che intervistato ad Agorà Estate su Rai 3 aveva denunciato di guadagnare meno di una colf.

L’archeologo scandaloso

“La mia paga arriva a 6 euro netti l’ora. Il mio lavoro consiste nel tutelare i beni archeologici che possono essere rinvenuti durante i lavori di edilizia stradale. Lavoriamo come partite Iva e quindi non abbiamo alcun bonus del lavoro autonomo”. Tolta la parte di tutela dei beni archeologici sembra di leggere la testimonianza di un qualsiasi lavoratore precario, nulla di nuovo in realtà. “Noi veniamo richiesti dalla sovrintendenza alle cooperative e veniamo retribuiti a giornata – continua Daviddi – La ditta corrisponde alla cooperativa tra i 180 e i 260 euro lordi ma a noi entrano “in tasca” tra i 60 e i 110 euro lordi”. Sempre nulla di nuovo: vogliamo chiedere ai lavoratori dello spettacolo (i facchini – non i tecnici) quanto gli viene corrisposto dalle cooperative a monte degli incassi di un concertone al Circo Massimo? Insomma, nulla di nuovo sotto il sole se non fosse che la categoria è particolare: i laureati che hanno studiato per aspettarsi quantomeno un trattamento migliore dal mondo del lavoro.

La ritorsione

La denuncia televisiva non è però passata inosservata e infatti c’è un ulteriore notizia che lo riguarda. Dopo la messa in onda del filmato, pubblicato sui social, Niccolò è stato licenziato dalla società che lo ha “assunto”. Della quale peraltro nell’intervista televisiva si guarda bene dal fare il nome. È sempre lui a denunciare la ritorsione dei datori di lavoro. “Ho perso il lavoro. Naturalmente non licenziato in senso tecnico – ha spiegato – dato che lavoro a partita Iva, neppure quell’onore posso permettermi”. La denuncia è stata ripresa dall’associazione “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali” Poi continua il suo racconto: “Ieri sera, poche ore dopo che il servizio era stato condiviso in un grosso gruppo Facebook di archeologi, sono stato rimosso (senza alcuna comunicazione) dalla chat whatsapp nella quale la cooperativa assegnava le commissioni per i vari cantieri. Quindi, ho perso il lavoro. Mi sembra giusto raccontarlo, perché è segno di dove siamo adesso: siamo ricattabili e ricattati”. Questa è l’etica di certe cooperative sociali, un modus operandi ben noto. Prima di allora non aveva raccontato nulla su quella cooperativa, spiega: “Avevo parlato di un sistema che non va: compensi orari medi intorno ai 6 euro/h, obbligo di aprire la partita Iva per lavorare, lavoro da libero professionista che in realtà si configura come lavoro para-dipendente senza diritti. Una cosa che qualsiasi archeologo romano, ma vorrei dire italiano, sa. A quanto pare però si può sapere, si può fare, ma non si può dire”.

Sergio Filacchioni

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