A ogni scrittore, per quanto successo possa ottenere, resterà sempre il dubbio di essere un povero cretino, un velleitario dall’ambizione più grande del reale talento. Da un simile tarlo non si libererà mai. Neppure la costanza costituisce una garanzia: tanti mediocri ci hanno provato fino all’ultimo respiro. Qualcun altro, come Morselli, ha avuto ragione della sua dedizione, ottenendo il riconoscimento della propria grandezza, solo dopo la morte. Nessuno può realmente sapere se i secoli a venire lo salveranno o lo inghiottiranno senza lasciare traccia.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2022

Ma un autore famoso, che si sia onestamente guadagnato una sua nicchia, ha un compito ulteriore e non procrastinabile, quando giunge il tempo, ovvero rendersi conto se è arrivato il momento di porre fine alla sua attività. Purtroppo, quasi nessuno ci riesce. Non ce l’ha fatta Houellebecq che, almeno da due romanzi a questa parte, prosegue nel fare il verso a sé stesso. Non è andata meglio a Banana Yoshimoto, i cui ultimi testi sembrano fotocopie sbiadite dei primi capolavori. Di Stephen King meglio non parlare neppure perché, da decenni a questa parte, i suoi mattoni rasentano l’imbarazzante.

Il tonfo della Nothomb

Un’altra che non ha afferrato il concetto è la belga Amélie Nothomb, recentemente uscita con Primo sangue (Voland). Peccato, l’autrice ha tante ottime qualità, come una prosa mai ridondante, o barocca, ma sempre sintetica, cristallina ed efficace. I suoi testi sono volumi agili – ma chi ha detto che, al di sotto delle trecento pagine, non si possa scrivere qualcosa di grandioso? – e di facile lettura, privi di quel superfluo che porta il lettore all’esasperazione.

Com’è ovvio, però, a cinquantacinque anni suonati e con una produzione che va avanti ininterrottamente – con burocratica regolarità, dal 1992, anno di uscita dell’eccellente L’igiene dell’assassino – la vena della Nothomb si è prosciugata fino a strozzarsi nel patetico culto del proprio personaggio, con tanto di cilindro in testa, che si ripropone stancamente, sicuro di trovare un pubblico abitudinario e ormai privo di qualsivoglia stimolo verso la novità.

Un romanzo patetico

Primo sangue è, manco a dirlo, una storia di famiglia, ispirata alla vita del padre; un diplomatico che, essendosi trovato a un certo punto ostaggio dei ribelli rivoluzionari del Congo, dove era finito a lavorare, viene condotto di fronte al plotone d’esecuzione e lì rivive la sua esistenza, scoprendo, più o meno come tutti, che la vita è bellissima purché si sia sul punto di abbandonarla.

Qui siamo al livello delle memorie del pensionato messe giù per conto terzi da uno scrittore disoccupato. L’inizio non sarebbe neanche malissimo, con il racconto del sopraggiungere di una superiore consapevolezza per il dono che la vita può rappresentare: «Ho guardato il mondo tutto intorno e ho cominciato ad accorgermi della sua bellezza. Peccato dover lasciare questo posto meraviglioso. Peccato soprattutto che mi ci siano voluti ventotto anni di esistenza per imparare ad amarlo davvero. […] Il contatto con la terra mi è parso delizioso: adoro questo suolo così accogliente e dolce! Che pianeta incantevole! Ho la sensazione che ora potrei apprezzarlo molto di più. Ahimè, è un po’ tardi. Quasi gioisco all’idea che proprio su questo suolo fra qualche minuto il mio cadavere giacerà abbandonato senza sepoltura». Purtroppo il resto si risolve, nelle pagine a seguire, in una trattazione caratterizzata da un…

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3 Commenti

  1. Matteo cambia lavoro, vai in miniera meglio, sprechi parole. Quando scrivi sei peggio degli autori che insulti.

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