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Roma, 9 ago – Arturo Farinelli ha lasciato all’Italia una traccia letteraria ingiustamente dimenticata. Uno dei massimi scrittori italiani, Giovanni Papini, nel suo “24 Cervelli” del 1928, delinea con il suo stile inconfondibile un profilo di intellettuali. Uno di questi è dedicato al professor Arturo Farinelli, che conosceva bene dai tempi de La Voce: “Arturo Farinelli non è ignoto in Italia – specialmente da che insegna a Torino – ma i più non sanno di lui che il nome e quei pochi che sanno di più arrivano all’erudito, allo storico della letteratura e lì si fermano. E solo gli studenti di Innsbruck e di Torino e gli ascoltatori di Firenze sanno che è maestro pieno d’amore e lettore commosso; e i critici si sono accorti di lui soltanto dopo il libro sul Romanticismo e l’altro più di recente su Habbel“.

Basterebbero queste parole per definire l’Arturo Farinelli che si era fatto onore come studente ed era diventato un professore. Aveva amato la letteratura come si ama la vita, si era quindi immerso nel mondo universitario con una conoscenza immensa, e totale. Questo accade alle persone che amano il loro lavoro e sono vissuti all’interno delle biblioteche, immersi in quel che facevano. Per comprendere uno scrittore, molte volte sarebbe importante vedere la loro casa: si pensi al Leopardi, alla sua abitazione immersa nella natura, che lui scrutava dalla finestra, ma il cuore era la biblioteca assieme a quelle stanze piene di libri, allineati come soldati che aspettano la battaglia. Una celebre foto di Arturo Farinelli lo rappresenta seduto su una poltrona, nella sua biblioteca, una stanza stipata di libri fino al soffitto. Il Professore aveva uno sguardo fiero: i libri che ha scritto potrebbero formare una biblioteca e hanno reso grande l’umanità formando molte menti, perché il compito di un professore universitario è quello di formare uomini forti, capaci, a loro volta, di far brillare altre menti.

Uno scrittore scomparso da poco, Carlos Ruiz Zafòn, nel suo capolavoro “L’ombra del vento” racconta dei libri che hanno l’anima: “Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza“.

Giovanni Papini di Farinelli scrive ancora: “Così dell’anima: quando si dice – o almeno io dico – “ il tale ha un’ anima” vuol dire che non ha un’ anima come tutte le altre, e che v’è in lui un fremito, un brivido, un lievito, un fermento di straordinarietà che deve sentire chiunque non sia nato irreparabilmente volgare. Arturo Farinelli ha una di queste anime.  Generosa come quella dei veri ricchi, e melanconica come quella dei sensitivi, e irrequieta come quella dei pellegrini”.

Arturo Farinelli, il “maestro degli irredenti”

Arturo Farinelli era nato a Intra nel 1867, ed ebbe la fortuna di avere due genitori che lo indirizzarono verso il sapere e la conoscenza. Ebbe anche tra i suoi maestri un severo sacerdote, Don Aghemio, che lo aiutò immensamente nella sua formazione. Insegnò per oltre cinquant’anni, la famiglia universitaria raccolse i suoi scritti, le tante lezioni che tenne nelle varie università italiane e straniere. Nel 1920, per il 50° corso di lezioni, lo omaggiarono con la pubblicazione del volume “L’opera di un Maestro“. Sono scritti che rappresentano la forza e il destino di un uomo che aveva raggiunto la vetta più alta nella strada più difficile, quella dell’insegnamento. Ferdinando Pasini lo definisce nella prefazione come “il maestro degli irredenti” e scrive: “La prima volta che intesi nominare Arturo Farinelli fu da Cesare Battisti, a Firenze, nel 1896. Facendo, una mattina, lo spoglio della posta, nella tranquilla cameretta ove si conduceva insieme la nostra vita di studenti, egli  interruppe il suo lavoro e mi porse a legger un giornale del Trentino: – Una corrispondenza da Innsbruck. Importante! Vi era detto che Arturo Farinelli aveva ottenuto a quell’Università la venia docendi  e gli italiani salutavano il fatto come una loro vittoria. Era , in verità, una vittoria : così degli italiani soggetti all’Austria come della stessa italianità. E celebrammo anche noi quel giorno, a Firenze come uno dei giorni più fausti per la campagna dell’Università italiana a Trieste”. La fine eroica di Cesare Battisti la si conosce ma non la si onora come si dovrebbe. L’Italia non ha tempo per gli eroi, troppo spesso impegnata in battaglie che non la riguardano. Questa tendenza ha lo scopo di far dimenticare chi siamo e perché qualcuno ha sofferto per noi. Il dono della vita forse non è un tributo sufficiente per avere un fiore sulla tomba dei soldati? La figura di Farinelli è stata essenziale per molti giovani e Ferdinando Pasini ribadisce: “Per la patria dell’Umanità; per l’umanità delle Patrie: era il motto di Cesare Battisti, che aveva intuito i valori e propositi di Arturo Farinelli quando molti ancora ne ignoravano l’esistenza. La fine eroica di quel suo discepolo ideale è la confessione più aperta dell’apostolato di Arturo Farinelli fra la gioventù delle terre irredente”.

La nomina ad Accademico d’Italia

Un grande omaggio, un grande riconoscimento, lo ebbe dalla sua nazione con la nomina d’Accademico d’Italia. Questo era il premio che veniva consegnato per il lavoro svolto nelle varie sedi universitarie. Farinelli era un professore, non solo nelle aule universitarie, ma anche nelle altre sfaccettature della vita.

Lo scrittore Raimondo Collino Pansa diceva che il Farinelli parlava aulico e riusciva sempre a essere un grande maestro. Vi è una foto che lo ritrae ai funerali dello scrittore Giovanni Gentile, assassinato dai partigiani nel 1944 e a cui è negata ancora una lapide che ne ricordi il sacrificio e la sua immensa opera intellettuale e filosofica. Arturo Farinelli era una persona per bene, mai avrebbe immaginato che il suo Paese punisse quelli che cercavano con tutte le loro forze di migliorarlo, di farlo conoscere al mondo. Con il suo insegnamento aveva fatto conoscere l’Italia, quella vera, la patria della cultura mondiale.

Gli scrittori italiani si distinguevano in tutto il mondo accademico, si pensi a Giuseppe Prezzolini che da anni insegnava alla prestigiosa Columbia University ed era amato dagli americani per la sua preparazione, per quel modello di vita che aveva portato. Lo stesso Prezzolini aveva chiesto ad Arturo Farinelli di venire in America a insegnare. Il rifiuto di questa scelta è attribuire al grande amore per la propria nazione e neanche una soddisfazione economica importante lo convinse.

Arturo Farinelli fa pubblicare dalla casa editrice Garzanti, due anni prima della sua morte – avvenuta nel 1948 – il volume “Episodi di una Vita”. Nell’opera omette di scrivere gli ultimi due anni del periodo fascista, che coincidevano anche con l’attività accademica, nonostante fosse stimato da Mussolini e dagli altri intellettuali dell’epoca. Una scelta di cui non conosciamo il motivo. Sappiamo però che la sua vita fu colma di valore intellettuale e di rigore accademico tanto da meritarsi di essere ricordato come una delle migliori menti vissute nel secolo scorso.

Emilio Del Bel Belluz

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