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Roma, 23 nov – Siamo abituati ormai da tempo a vedere il Giappone come una delle nazioni più moderne e tecnologicamente avanzate dell’estremo oriente e del mondo intero. Nella stessa Tokyo infatti vediamo l’incedere della modernità prendere sempre più spazio a spese della tradizione, con enormi grattacieli da fare invidia alle metropoli in salsa Usa e tremende luci al neon che abbagliano il turista, che si avventura per le strade in cerca di anime e negozi di videogiochi piuttosto che delle antiche tracce di una delle più affascinanti civiltà del mondo. Talvolta viene da chiedersi come mai il paese dei tremendi guerrieri Samurai sia più conosciuto in occidente come la patria della Play Station, ma forse la risposta è nascosta proprio nella stessa storia giapponese.

La Restaurazione Meiji

Alla fine del XIX secolo il Giappone vede finalmente la restaurazione del sacro potere imperiale a spese dello stato feudale degli shogun Tokugawa, una famiglia di signori della guerra che ormai controllava la nazione da diversi secoli. Questo processo, passato attraverso una guerra civile non indifferente, è noto alla storia con il nome di Restaurazione Meiji, dal nome della famiglia imperiale che tornava finalmente ad appropriarsi del potere politico.

Tra i sostenitori dell’imperatore troviamo innanzitutto i famosi samurai, guerrieri formidabili devoti al Bushido, la via del Guerriero: un codice morale e di comportamento che non ha eguali nella storia e può solo lontanamente essere paragonato all’ideale cavalleresco occidentale. Tra i principi fondanti del Bushido troviamo onore, coraggio e dovere ma anche cortesia, compassione e onestà, principi da seguire fino alla morte, talvolta cercata tramite il rito del Seppuku, l’iconico suicidio rituale. Uno dei leader di questi samurai è Saigō Takamori, rispettato guerriero e fedelissimo alla causa imperiale.

Il periodo Meiji è veicolo di grande progressi tecnologici per il Giappone che vuole rendersi una potenza moderna assimilando diversi modelli occidentali. Tra le novità della restaurazione Meiji è fondamentale la riforma dell’esercito: il Giappone si dota infatti di un esercito nazionale con armamenti moderni comprati dagli Usa ed una leva di coscritti addestrati da ufficiali giapponesi e stranieri, in particolar modo americani e inglesi. Alcuni accordi commerciali voluti dalla classe politica inoltre, prospettano una forte cessione di sovranità verso le potenze straniere occidentali.

La ribellione contro l’imperatore

Tutto questo non può che provocare la rabbia e il malcontento dei samurai, che tanto hanno combattuto per la causa imperiale e che la vedono ora tradita da una sempre maggiore corruzione tra i ranghi governativi. Saigō Takamori lascia tutte le cariche di governo per tornare indignato nelle sue terre, nel feudo di Satsuma, dove fonda delle scuole che insegnino ai giovani i principi del Bushido e l’etica dei samurai.

Il governo centrale, spaventato dal consenso di cui Saigō gode, non esita a mandare i suoi inviati nelle terre di Satsuma per indagare sulle attività sovversive. Questi uomini, catturati, confessano di aver ricevuto l’ordine di uccidere Saigō. Si aprono poco dopo le ostilità che sfociano nella ribellione di Satsuma del 1877.

L’esercito dei samurai viene rinforzato dai molti scontenti del governo Meiji e da quei militari che vedevano in Saigō Takamori un leader onorevole, ma il destino della ribellione è segnato già in partenza vista la disparità di uomini e mezzi tra gli eroici samurai e il modernissimo esercito imperiale.

Il poema epico della battaglia di Shiroyama

Dopo pochi mesi di guerra i superstiti fedeli di Saigō affrontano i propri avversari in uno scontro degno dei migliori poemi epici a Shiroyama in un rapporto di 1:60. Nonostante le offerte di resa, l’onore del Bushido impedisce al signore di Satsuma di arrendersi. Dopo una fitta pioggia di artiglieria terrestre e navale, le forze imperiali si gettano in un assalto frontale contro i ribelli samurai che caricano corpo a corpo
respingendo a lungo ed eroicamente il nemico per poi rimanerne soverchiati dalla schiacciante superiorità numerica. Saigō, ferito da svariati proiettili viene condotto in un luogo sicuro per commettere Seppuku. Dopo la sua morte i pochi samurai superstiti sguainano le spade e si gettano per l’ultima volta contro le forze imperiali venendo falciati dalle modernissime Gatling americane. La battaglia di Shiroyama segna la fine dell’epoca della spada e l’avvento della modernità in Giappone.

L’importante ruolo dei samurai di Saigō nella difesa della tradizione non viene dimenticato. Pochi anni dopo la sua morte nel 1889, l’Imperatore è costretto dall’opinione pubblica a perdonarlo postumo. Più tardi il paladino di Satsuma viene onorato con una statua nella sua amata regione e nella stessa Tokyo e la figura del samurai verrà ricordata a lungo nelle tradizioni dell’esercito imperiale giapponese: i kamikaze sono solo uno dei tanti esempi di come la via del Bushido in fondo fosse ancora seguita durante la seconda guerra mondiale.

È forse proprio il sacrifico di Saigō, ricordato anche nel famosissimo film “L’ultimo
samurai”, a scuotere le coscienze e a permettere al Giappone di conservare la propria tradizione millenaria nonostante l’avvento del progresso tecnologico. Tradizione che perdura sopita ancora oggi e che talvolta riesce ad irrompere fuori dai paletti della modernità come i tre possenti “Banzai!” lanciati dal primo ministro Shinzo Abe durante la recentissima incoronazione del nuovo imperatore.

Marco Scarsini

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