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Roma, 29 mag – Recentemente il tema della violenza, in particolar modo verbale, è diventato centrale. Nell’era della globalizzazione e del progresso, sembra sia diventata di vitale importanza la preservazione di un quieto vivere comune. Con questa “scusante” siamo però incappati in un importante problema: un grande bavaglio del politicamente corretto, che più lo si tira per coprire una determinata fetta di popolazione, più si lascia andare dalla parte opposta.



Ci sentiamo dire che una selezione delle parole serva per preservare il rispetto per le minoranze, ma chi decide cosa è offensivo? Logicamente non si può lasciare questa scelta sensibile al popolo, oltre per il fatto che già la giustizia varia a seconda delle nazioni. Eppure ci possiamo accorgere di quanto il ruolo si sia ribaltato: da giudicati a giudici.

Rischi “sensibili” ma mai da parte delle minoranze

Il rischio è concreto, non solo morale: se lasciamo la facoltà ad una determinata porzione di persone di deliberare riguardo ciò che è considerato giusto o meno, la libertà di espressione è in pericolo. È in questo contesto che viene alimentato un fenomeno di ipocrisia: atti o parole che normalmente verrebbero condannati, se originati da minoranze/ persone ritenute “sensibili”, vengono giustificati.

I social, la satira e la censura

Gli esempi più lampanti si trovano nelle piattaforme social. Qui la satira è spessoi a senso unico, non accettata se colpisce determinate ideologie. Rafforzate, a loro volta, dai social stessi, che cavalcano l’onda del politicamente corretto arcobaleno per lucrare. 

Le pagine dedicate a Black Lives Matter

Ma esiste un lato ancora più oscuro, che oltrepassa il limite del bavaglio lessicale. Indagando in rete, si può entrare in contatto con una delle tante pagine dedicate al movimento Black Lives Matter. In particolare c’è un canale nella nota piattaforma di messaggistica Telegram che ha attirato l’attenzione. Il suddetto canale si chiama “Black Lives Matter Global” e dalla sua prima attività, risalente a giugno 2020, ha accumulato più di un migliaio e mezzo di iscritti. Potranno sembrare pochi, ma una volta analizzati contenuti pubblicati, sembreranno milioni.

“Lotta al razzismo” che istiga al genocidio

Sin dagli albori, la pagina si è contraddistinta per una “lotta al razzismo” molto violenta, con pura propaganda che istiga ai genocidi e all’odio verso i bianchi. Fino a che punto? In una foto si riconosce un ragazzino (bianco) in ospedale, che sembra essere in coma, e il titolo su questa immagine recita “Do not resuscitate white people” (“Non rianimate le persone bianche”).

“Abortire i bimbi bianchi”

Il 16 maggio viene postata, invece, una donna incinta e, accanto, appare una frase, modificata in modo da sembrare scritta con il sangue – sotto alla dicitura, non a caso, ci sono macchie rosse – che recita: “Abort white babies”. Ancora più sconcertante è un post del 13 maggio in cui un bambino nero guarda un suo coetaneo bianco con un cappio al collo, e sotto la frase: “Yes all whites!”, ovvero un incitamento a non risparmiare alcuna persona bianca. Compresi i bambini.

L’invito a donare bitcoin

Il fatto sorprendente è l’invito a donare a questo movimento tramite bitcoin. Per chi non lo sapesse, lo scambio di questa criptovaluta è attualmente in formato anonimo. La possibilità che una setta di tal genere possa ricevere denaro (e ricordiamo gli iscritti che, logicamente, concordano su quanto pubblicato dalla pagina), deve mettere paura.

Anche le femministe non si risparmiano

Eventi e pensieri di questa portata non sono però unici in rete. Un altro esempio è il caso di “Kill all men”. Cosa significa? Letteralmente “uccidere (o uccidete) tutti gli uomini”, con il temine uomini inteso come sesso maschile. Questa frase ha preso piede nei social network – in particolare TikTok – come una sorta di istigazione, frase stuzzicante contro la violenza di genere (ma anche contro il basso valore dato alle donne nel passato), una sorta di vendetta. Ebbene, se proviamo a scrivere un commento su Tik Tok riportante proprio la frase “kill all men”, esso verrà pubblicato senza alcun ostacolo. Diversamente, se – giusto per capire – scriviamo “kill all women”, apparirà un banner che ci avvisa della possibile violazione delle linee guida.

Sembra che gran parte della società – giovanile, soprattutto – si sia anteposta ad un tribunale, un immenso tribunale globale. Lo si può facilmente notare con il conflitto riaperto tra Israele e Palestina. C’è stata una corsa repentina alla tifoseria: come funghi sono apparsi account che inneggiano ad una o all’altra nazione. Sono comuni commenti quali “Forza Palestina!” o “Viva Israele”, come se la guerra fosse diventato un campo di calcio. Ci si dimentica che giudicare un conflitto, radicato e storico, sulla base di avvenimenti odierni può indurre a errori, oltre che a ipocrisia. La stessa di una società che pretende rispetto sì, ma solo unilaterale.

Alberto Emilio Pasini

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