Questo articolo, che smonta i falsi storici che circolano sulla tratta degli schiavi africani, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di agosto 2018.

Nel 2016, History Channel ha realizzato un remake della serie tv Radici, che nel maggio scorso è stata trasmessa anche su Rete 4. Alla produzione hanno partecipato celebrità come Forest Whitaker, Anna Paquin, Laurence Fishburne e Jonathan Rhys Meyers. La storia è nota: Radici mette in scena l’epopea di Kunta Kinte (interpretato da Malachi Kirby), guerriero africano mandingo che viene ridotto in schiavitù e trasportato in Virginia, dove finisce a lavorare in una piantagione. La nuova versione di questa saga familiare black è molto ben girata e decisamente cruda: l’orrore della schiavitù viene mostrato con dovizia di particolari. Del resto, l’obiettivo della serie è ribadire quali orribili pene abbiano dovuto patire i neri americani per mano dell’uomo bianco.


«La schiavitù non è stata sradicata da questo pianeta», ha commentato l’attore LeVar Burton (che impersonò Kunta Kinte negli anni Settanta). «Non è stata neppure alleviata, ci sono nuove forme di schiavitù, nuovi muri, nuove catene, nuovi corpi gettati in mare. Per questo abbiamo deciso di riproporre la storia di Radici». Quello della schiavitù è un tema che va per la maggiore negli ultimi anni, diciamo da quando Barack Obama si è candidato alla presidenza la prima volta.

L’antirazzismo americano

Il clima intellettuale dell’Occidente è fertile: negli Usa imperversano i movimenti come Black Lives Matter; l’esplosione dei flussi migratori a livello globale ha sollevato infinite discussioni sul razzismo diffuso, e l’intellighenzia ha reagito proponendo film, serie e libri sull’argomento. Negli ultimi anni sono usciti film come The Birth of a Nation di Nate Parker, dedicato alla ribellione dello schiavo Nat Turner. Poco prima era toccato a Free State of Jones con Matthew McConaughey, ispirato al libro di Victoria E. Bynum: racconta di un fuorilegge bianco che, nel Sud degli Stati Uniti, si oppone allo schiavismo e alla segregazione. Ma in libreria si trovano pure i saggi di Ta-Nehisi Coates sul razzismo, i fumetti del supereroe Pantera Nera (da cui è stato tratto un altro celebratissimo lungometraggio) sceneggiati sempre da Coates con la medesima impostazione ideologica. E poi il romanzo sulla schiavitù di Marlon James e mille altri volumi di analogo orientamento.

Quello della schiavitù
è un tema oggi molto
gettonato ed è stato
trattato in diversi film
e opere letterarie

A tutte queste narrazioni, però, manca qualcosa. C’è sempre qualche aspetto della storia che viene trascurato, messo in ombra o semplicemente censurato onde non turbare la versione ufficiale, che deve essere la seguente: i bianchi occidentali sono razzisti fin nelle viscere. Lo erano al tempo delle colonie e lo sono oggi, poiché discriminano le minoranze e non accolgono gli immigrati: sono afrofobi, islamofobi, xenofobi eccetera. I documenti storici, però, raccontano qualcosa di diverso. Spiegano che la schiavitù e il razzismo non furono prerogativa dei soli bianchi europei e americani, anzi.

Il ruolo dell’islam

Secondo lo storico francese Olivier Pétré-Grenouilleau, autore dell’approfondito studio La tratta degli schiavi (edito da Il Mulino), il commercio dei neri così come lo conosciamo coincide storicamente con l’espansione musulmana intorno al VII secolo dopo Cristo. «È un dato di fatto», scrive il professore. «Nessuno può dire se la tratta si sarebbe potuta sviluppare anche in seguito, senza questo avvio, e il problema in sé non ha interesse. Il mondo musulmano, d’altra parte, non reclutava certo soltanto schiavi neri. Per tutta la sua storia, esso attinse ampiamente anche dai Paesi slavi, dal Caucaso e dall’Asia centrale». A partire dal VII secolo, «il jihad e la costituzione di un impero musulmano sempre più vasto portarono all’aumento considerevole di manodopera servile».

Tutto ciò, nel mondo islamico, avvenne per due ragioni: «La prima è che la schiavitù vi esisteva già come istituzione comune e ben radicata. La seconda è che era diventato impossibile procurarsi schiavi all’interno dell’impero». Sono i musulmani, insomma, a dare il via al commercio globalizzato di schiavi neri. Non potendo ridurre in schiavitù uomini e donne che vivevano in territori sottoposti alla legge islamica, avevano bisogno di allargare il più possibile il raggio d’azione. Le popolazioni dell’Africa via via sottomesse fecero il resto (comprese quelle già cristianizzate). Dovendo pagare tributi all’impero musulmano, anche sotto forma di uomini, scesero sempre più in profondità nel Continente nero onde procurarsi merce umana per la tratta. Non c’è molto di cui stupirsi: anche oggi i predicatori dello Stato islamico teorizzano la schiavitù, basandosi sui testi sacri, e minacciano gli infedeli occidentali di ridurli a bestie da soma.

Secondo lo storico francese
Olivier Pétré-Grenouilleau
il commercio dei neri
coincide con l’espansione
dell’islam nel VII secolo

C’è poi un altro aspetto da considerare: riguarda più direttamente la nascita della discriminazione e del razzismo. Fu con l’espansione islamica e con l’allargamento della tratta che, come dice ancora Pétré-Grenouilleau, si modificò «l’immagine dell’uomo nero». Quasi tutti i popoli antichi praticavano la schiavitù, ma il nero non era mai stato considerato un essere a tutti gli effetti inferiore per via del suo colore. Tuttavia, «le tratte in direzione del mondo musulmano e il razzismo verso i neri si svilupparono simultaneamente».

L’islam seppe creare una civiltà veramente universale, come ha spiegato lo storico Bernard Lewis. Gli arabi, in quanto dominatori, si posizionarono al centro di questo universo e cominciarono a definire gli altri popoli in base alla prossimità. Alle genti di pelle scura, neri in particolare, fu dunque attribuita «una connotazione di inferiorità». Dallo stereotipo negativo si passò al razzismo vero e proprio nel momento in cui all’interno dell’impero musulmano divenne frequente vedere dei neri ridotti in schiavitù. Nero e schiavo, in sostanza, divennero sinonimi. Sono numerosi i testi, risalenti a epoche diverse (tra l’VIII e il XIV secolo), in cui i dotti islamici descrivono gli africani di pelle scura come simili agli animali o comunque inferiori. Il grande storico Ibn Khaldun, per esempio, scrisse che «le nazioni negre sono come regola generale docili alla schiavitù, perché i negri hanno ben poco di ciò che è essenzialmente umano». Con la diffusione dell’islam nel cuore del continente africano, divenne addirittura necessario avviare una sorta di campagna contro questa concezione delle genti nere, anche se i musulmani africani continuarono a essere considerati per lungo tempo diversi dagli altri fedeli sparsi nel globo.

Gli abbagli di Malcolm X

È piuttosto curioso, dunque, che l’islam si sia diffuso nei ghetti neri d’America presentandosi come religione degli oppressi, come unica via di riscatto per i «negri». Così la raccontavano Malcolm X e gli altri esponenti della Nation of Islam, cioè gli attivisti che non si facevano problemi ad affermare: «L’uomo bianco è il diavolo». Fu Malcolm X a scagliarsi contro le scuole dei bianchi che ignoravano la storia africana. «Odiando l’Africa e gli africani», sosteneva, «abbiamo finito per odiare noi stessi». Forse non aveva letto i testi di Ibn Khaldun… Oggi L’autobiografia di Malcolm X è pubblicata in Italia da Rizzoli, e continua a essere ristampata. Viene presentata come «la storia di un leader carismatico in prima linea nella battaglia contro le ingiustizie che dividono il Nord dal Sud del mondo», quasi che il nostro fosse una specie di dama della carità terzomondista. Quell’autobiografia fu scritta proprio da Alex Haley, lo stesso autore di Radici. Quest’ultimo frequentò a lungo X, e fu in quell’ambiente radicale che la saga di Kunta Kinte prese forma. Si trattò, in senso pieno, di una operazione ideologica, volta a creare un testo fondativo dell’orgoglio nero e ad aizzare gli animi contro i bianchi, rei di avere edificato una nazione sul razzismo.

Il ruolo degli africani

Ora, che nelle piantagioni di tabacco prima e di cotone poi gli schiavi fossero utilizzati a livello massivo è universalmente noto. E di certo la cosiddetta «tratta atlantica» causò l’intensificarsi del commercio di esseri umani dall’Africa verso gli Usa. Ma le popolazioni africane, che già portavano avanti questo traffico dai tempi dell’impero musulmano, contribuirono ampiamente. E lo fecero non solo procurando prigionieri da vendere agli americani, ma pure fornendoli agli europei per secoli e secoli. Lo ha raccontato, tra gli altri, il celebre giornalista David Van Reybrouck nel suo bestseller Congo. Lo storico Matthew Restall, invece, ha documentato come i neri africani – schiavi ma anche liberi – abbiano affiancato gli spagnoli durante l’invasione dell’America Latina e lo sterminio dei nativi manu militari.

Le stesse popolazioni
africane contribuirono
alla vendita di schiavi
da inviare in America

Chissà perché, però, questo aspetto della storia della schiavitù viene sempre trascurato, per lasciare spazio alle malefatte dei bianchi occidentali. Sono queste a farla da padrone nei film e nelle serie tv che oggi vanno per la maggiore. Ecco perché vale la pena di conoscere la realtà fino in fondo.

Leggi anche: Non solo europei: anche gli africani furono responsabili delle tratte negriere

Quanto a Radici, oltre a mostrare il clima ideologico in cui la saga è stata scritta, bisogna ricordare un altro paio di particolari. All’epoca dell’uscita, il romanzo di Haley (che vinse il Pulitzer) fu presentato come frutto di una accurata ricerca storica. Lo scrittore spiegò di aver ricostruito l’intero albero genealogico di Kunta Kinte e dei suoi discendenti a partire da una serie di racconti uditi da sua nonna. All’inizio degli anni Novanta, tuttavia, un giornalista investigativo del Village Voice, Philip Nobile, mostrò che il personaggio di Kunta Kinte, in realtà, non era mai esistito. Si trattava di un’invenzione letteraria. Haley aveva scritto: «Al meglio delle mie conoscenze ed essendo in buona fede, dichiaro che tutti i resoconti sulla mia stirpe contenuti in Radici provengono dalla storia orale, accuratamente tramandata dalla mia famiglia africana o americana, storia che ho potuto, in molti casi, confermare convenzionalmente con dei documenti». Ma i documenti trovati nel suo archivio hanno dimostrato il contrario. Non solo. Nel 1978, Haley fu condannato per plagio: aveva copiato un’ottantina di passaggi dal romanzo The African di Harold Courlander. Se la cavò pagando un’ammenda di 650mila dollari. Tutto questo, però, non ha intaccato il suo prestigio. Tali notizie circolano sul web (ne parlò anche Repubblica, nel 1993). Ma sono oscurate dalla miriade di tirate celebrative buoniste. Probabilmente, se avesse scritto d’altro, oggi Haley sarebbe considerato un mezzo truffatore. Invece è un eroe, e la sua opera ci viene ancora presentata come storicamente accurata.

Francesco Borgonovo

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  1. Da quello che so io lo schiavismo che fu praticato dalle popolazioni musulmane non si compiva su basi razzistiche, cioè di considerare una razza inferiore all’altra, e per questo degna di essere schiavizzata, bensì su basi legalistiche interne alla Shari’a, secondo la quale i musulmani non potevano fare schiavi altri musulmani, di qualsiasi razza essi fossero.

    Da qui la “necessità” per i mercanti, in un’epoca in cui la schiavitù era universalmente accettata (dai bianchi, dagli arabi, dagli africani, etc., musulmani, cristiani, animisti, etc.) di andarsi a cercare “schiavi” in altre regioni.

    La dimostrazione che non era una questione di “razzismo” si potrebbe trovare anche nel fatto che si facevano anche schiavi europei e slavi (vedi la paura giustificata delle incursioni barbaresche sulle coste italiane). Di contro non si spiegherebbe perché l’Islam avrebbe avuto una tale espansione in africa, se l’Islam avesse considerato gli africani inferiori di default.

    Bisognerebbe cercare di tenere i due temi dello schiavismo e del razzismo ben distinti, almeno quando si affrontano da un punto di vista storico.

    Inoltre nelle società premoderne lo schiavo non era percepito in modo disumanizzato come avviene per lo schiavismo occidentale moderno. Lo statuto di schiavo cioè non disumanizzava affatto l’individuo. Basti pensare che spesso si è verificato di schiavi che sono assurti a ruoli importantissimi nella politica degli stati antichi.

    Una delle più importanti e longeve dinastie islamiche, i Mamelucchi, era costituita di schiavi in carriera. Mamalik in Arabo non significa altro che “schiavi” (per altro venivano scelti tra non arabi: quasi tutti Turchi, circassi, etc.).

    Le cose, come al solito, sembrano un po’ più complicate di come appaiono.

    Il problema principale pare essere sempre il solito: ovvero il fatto che l’uomo moderno pretende di applicare i parametri della propria mentalità a civiltà che operavano all’interno di una griglia di valori, concetti e principi molto diversi da quelli invalsi nella società e mentalità contemporanea.

    Insomma un po’ come pretendere di aprire una serratura con una chiave che non è la sua, e invece di constatare che la chiave non è adatta e cambiare chiave, prendendo quella appropriata, si prenda a martellate la serratura finché essa non assume la forma confacente alla nuova chiave. Di fatto non un sistema per aprire la porta (capire la Storia), ma per adattare la porta alla nuova chiave (riscrivere la Storia sulla base di nuovi principi).

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