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Roma, 3 dic – “Lei non può parlare di Dio con Dio”. Il primo settembre 1937, alle ore 9.30, nasceva a Campi Salentina Carmelo Pompilio Realino Antonio Bene, il factotum della cultura italiana, un pilastro dell’”essere umano” sul serio. L’ipercomico, poi che il comico da solo è “cianuro”, ossia “si libera nel corpo del tragico, lo cadaverizza e lo sfinisce in ghigno sospeso”. Contraddetto e contraddittorio. Una proliferazione di continue opere e atti che si muovono dal teatro, il suo amato teatro, al cinema fino alla poesia. Attore, regista, drammaturgo, scrittore e poeta italiano. Protagonista della “neoavanguardia”, movimento teatrale che si ispirava ai concetti futuristi. Felicemente etichettati e sfottuti come “les enfants terribles” della letteratura italiana. Promotori dell’eliminazione del senso linguistico, il “non-senso”.

Carmelo Bene, Deleuze e le “Sovrapposizioni”

Espressione che ritroviamo spesso in Carmelo Bene, che di se stesso faceva “deserto”. Deserto che vediamo nella sua opera letteraria più brillante, con colui che “ha vinto la sfida del modale”, Gilles Deleuze, filosofo francese che gli stessi colleghi non riescono ad catalogare in una corrente specifica: Sovrapposizioni. Il superamento del modo. Il vuoto che genera, il vuoto che crea. Ad esempio, l’elemento magnifico che i due letterati portano nel libro è la revisione dell’opera shakespiriana del 1591/1592: Riccardo III. Brutalmente i due estraggono come fosse un operazione chirurgica degli elementi, anche quello più importante (il contesto regale), e fuoriesce un capolavoro di intrecci dei fantasmi di Riccardo III di York, per lo più in un monologo.

Maurizio Grande, saggista italiano adorato da Carmelo Bene, lo introdusse così: “Tutti i personaggi e addirittura l’intreccio della conquista del potere, per lasciare solo sulla scena, una scena funerea, in penombra, Riccardo III con i suoi fantasmi. Lasciando dunque… semplicemente i personaggi femminili, quegli stessi personaggi che sono sopravvissuti alle stragi fatte da Riccardo III. […] e con questi intesse un rapporto segreto, intimo, quasi che fossero suoi fantasmi, sue apparizioni, sue fantasie”. 

La genialità di Carmelo Bene, “odiatore” della democrazia

La sua considerazione di poeta “minore” non lo riduce alla “museificazione” ma in un processo in divenire. Proprio come il futurismo. La genialità di Carmelo Bene sta nell’essere uomo, non nell’essere cittadino. Bene scappa da tutto ciò che è etichettabile e tutto ciò che è costrutto, proprio perché è deserto. Deserto dotato di un genio e un sarcasmo inimitabile, come quando al Maurizio Costanzo Show alla domanda “lei è fascista” rispose con una pernacchia provocatoria e dicendo di avere “simpatia verso il nazismo sano, semmai”. Il suo “esser macchietta” fa parte del suo personaggio, un uomo al di sopra di tutto poiché è niente e nessuno. Un “me ne frego” dannunziano moderno, che ride in faccia ad una schiera di “zombie”, come li chiamava lui.

Da come si può notare da molte dichiarazioni pubbliche, era un “odiatore” seriale della democrazia, ritenuta da lui non vuota nell’accezione che spesso fa immaginare ma insignificante, fino ad arrivare a dire dell’ultima: “Crepi la democrazia, crepi la Repubblica, crepi il presidente della Repubblica! Basta con i cittadini, anche da morti continuate a fare i cittadini. (…) E liberatevi della libertà, soprattutto: niente è così vincolante quanto la libertà. Sputate sulla libertà e sui tribuni della libertà, soprattutto!”. Tutto ciò è necessariamente da leggere in chiave pseudosarcastica, sia chiaro. Ma avere la forza e il coraggio di fare dichiarazioni così pungenti e sconcertanti è una connotazione specifica di Bene.

Usare iperboli altisonanti, come i suoi toni di voce d’altronde, è il modo in cui Carmelo Bene ha superato il modo di cui parlavo prima. Ci insegna che i limiti esistono solo lì dove noi vogliamo vederli e che l’arte “deve essere incomunicabile, l’arte deve solamente superare se stessa. Ecco perché tocca a noi, chissà a chi una volta fuor di noi, essere un capolavoro. Uscire fuori dal modo, come diceva San Juan de la Cruz, per pervenire là dove non v’è più modo. Quello che gli gnostici esigevano dall’informe. Ma non posso che cercare di spiegare il mio disagio, non altro. Non posso dare appuntamenti con il reale, appuntamenti coll’ovvio, col logico, con il razionale. Il buio. Spegniamo le luci”.

Enrico Maria Casini

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