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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Louise Michel



Roma, 9 set – “’Perché volete che coloro che sono stati colpiti dimentichino gli orrori della repressione?’ replicò Clemenceau. ‘Voi dite: non dimentichiamo! Se voi non dimenticate, nemmeno i vostri avversari potranno farlo’. Aveva ragione Clemenceau. Noi respingiamo la grazia per rispetto della rivoluzione, per il sangue versato su Parigi, per non dimenticare”.

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La Comune di Parigi

Centocinquant’anni volano via, come un’illusione che bagna le sponde dell’ideologia. La Comune di Parigi, che ha incendiato il cuore d’Europa dal 18 marzo al 28 maggio del 1871, è stata ricordata dalla stampa nazionale ed internazionale come una gestazione del comunismo. Innesco di quello che nel loro manifesto Marx ed Engels invocavano. Eppure c’è altro. “Lo storico israeliano Zeev Sternhel”, così come ricordato da Gabriele Adinolfi, “giungerà al punto di considerare la Comune di Parigi una progenitrice dello stesso Fascismo”. E dalle fiamme di quei giorni una sagoma staglia la sua silhouette fino ai tempi nostri, quella di Louise Michel.

Louise Michel, l’eterna lotta

La colpa di quella donna, dal viso tanto serafino quanto sconvolto, è stato quello di far germogliare idee nuove capaci di inquietare e turbare la borghesia guidata da Adolphe Thiers. “L’odore della polvere da sparo gli disturbò la digestione. Gli facemmo venire i brividi e non ce lo perdoneranno mai”, nelle parole di Jean-Baptiste Clément l’irrequieto monito comunardo. Irrequieta insegnante, Louise Michel non è “un’icona per bambine ribelli. Lei le bambine le istruiva. Piuttosto, statela a sentire come si fa con le maestre, quelle brave”. In un recente volume incentrato sulla figura della rivoluzionaria francese, dal titolo La Comune (Edizioni Clichy), la scrittrice Chiara Di Domenico ha scolpito l’immagine immutata di L.M., l’immagine di chi porta nella sua scia fatta di ricordi la resistenza alla morte delle idee. Perché tutto può esserci sottratto, tranne le convinzioni maturate nell’eterna lotta, l’unica realmente gratificante, intrapresa contro noi stessi.

L.M. ardeva e abbagliò Victor Hugo. “Quelli, donna, davanti alla tua indomita maestà meditavano”, le maldicenze inseguono solo i detrattori, nonostante le venivano gettate “addosso tutte le grida della legge” risplendeva, senza soluzione di continuità, “l’angelo attraverso la medusa”. Mentre il poeta Paul Verlaine le dedicò una ballata. “Lei ama il Povero aspro e franco o il timido”. Del resto Maurice Bardèche, cognato di Robert Brasillach, ricordava che il soldato politico è un uomo povero. Ma non di spirito, povero di pecunia quella che corrompe le gesta dei generosi. In modo che il grido “vivere lavorando o morire combattendo!” diventi il mantra da donare alle generazioni del domani.

Figli di un tempo senza tempo

Sconfitta, la Comune, Michel venne deportata nell’agosto del 1873 in Nuova Caledonia sulla nave Virginie. Mentre l’imbarcazione salpava L.M., insieme agli incarcerati comunardi, cantava. Cantava le gesta de Le temps des cerises, ancora una volta J.B. Clément. “Ciliegie d’amore in abito identico, che cadono sulla foglia come gocce di sangue. Ma è ben breve, il tempo delle ciliegie, pendenti di corallo che cogliamo sognando”. Solco lungo il volto dei rivoluzionari, figli di un tempo senza tempo. Ancora troppo presto per giudicarli – facendo il verso al premier cinese Zhou Enlai che nel 1972 sottolineò quanto fosse passato così poco tempo per sentenziare sulla rivoluzione francese – ancora troppo presto per dimenticarsi del sangue versato, del sangue caldo, del sangue che espande il confine della rivolta.

Lorenzo Cafarchio

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