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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Oswald Spengler



Milano, 22 apr – “E’ dovere tener fermo sulle posizioni perdute”, lo spirito del tempo che fu parla al nostro orecchio. “Tener fermo come quel soldato romano”, gli avi davanti a noi, “le cui gambe furon trovate a Pompei davanti ad una porta”. La grandezza diventa orizzonte. “Egli morì perché quando scoppiò l’eruzione del Vesuvio, il comandante si dimenticò di rilevarlo dal suo posto”. Oswald Spengler è qui insieme a noi, racconta di un’Europa che sotto la crosta tellurica dell’apparenza capitalista, attanagliata dal terrore targato Covid-19, respira. Respira a pieni polmoni. L’ultima pagina de L’uomo e la macchina è un mantra, una preghiera tramutata in atto. “Ogni riga che non è stata scritta per servire all’azione mi pare superflua”.

Laddove quest’epoca infausta distrugge la responsabilità, gli uomini e le donne figli della “fine della storia”, la maledizione sul III millennio imposta dal politologo Francis Fukuyama, trovano il filosofo “dilettante” di Blankenburg, citando lo sprezzante commento di Benedetto Croce, che riporta al centro del villaggio il concetto di “avere razza”. Potranno toglierci tutto, ma questa “onorevole fine”, tornando al soldato di Pompei, “è l’unica che non si può togliere all’uomo”.

Oswald Spengler, l’anima di un continente sepolto vivo

Nassim Nicholas Taleb, come riportato da Jack Donovan nel suo La via degli uomini, definisce “il contrario di virilità” non come “codardia”, ma come “tecnologia”. Davanti a questo ribaltamento della concezione d’Occidente Spengler è l’anima di un continente sepolto vivo. Una sorta di Beatrix Kiddo in Kill Bill. “Quella donna (l’Europa, ndr) merita la sua vendetta…e noi meritiamo di morire”. Budd, il criptico Michael Madsen, dialogando con Bill fotografa la disciplina che attraversa le decadi. Siamo noi, tumulati con il cuore che batte ancora come in un’allucinazione del genio di Quentin Tarantino, mossi dall’odio medievale delle “idee senza parole”. Un’ideologia folgorante dipinta con i colori dell’eternità in tre parole. Il magma scorre dentro e fuori il tempo, i secoli alle spalle del buio chiedono la propria vendetta. Una rivolta contro la tecnologia che sostituisce l’uomo.

“Per l’avvenire Spengler prevedeva lo scontro finale tra la dittatura del denaro e la civiltà del sangue, del lavoro e del socialismo”, Marcello Veneziani sgombra il campo e mostra la guerra al centro del mondo post-1945. “Alla fine, vaticinava, la spada trionferà sul denaro perché una potenza può essere rovesciata solo da una potenza“. In difesa delle cause perse direbbe Slavoj Zizek, eppure la causa diventa il gioco a cui nessuno può e deve sottrarsi.

Eroismo faustiano

“In principio fu l’azione”, il primo passo è nel Faust di Goethe. Il suo capolavoro che ha tolto il sonno ai militanti d’Europa recita nell’intitolazione l’epigrafe dell’ovest: Il tramonto dell’Occidente. Preparato all’alba del 1914, ma pubblicato nel 1918, durante la Prima Guerra Mondiale Oswald Spengler ha avuto il tempo e la freddezza di focalizzare la decadenza di modelli culturali già morti. La Zivilisation al servizio della moneta e della stampa capaci, soltanto, di inaridire una terra florida di menti ed intelletto. “Oggi s’innalza aspro e tenebroso,/in un fitto velo di nebbia/Cupo urla il vento nella ginestra,/in lontananza gracchia un avvoltoio”; in A me stesso, appunti autobiografici raccolti tra il 1911 e il 1919, che voleva intitolare Vita del ripudiato, incarna in poesia il cupo vento gelido dell’uomo in perenne lotta con la tecnica. Non Prometeo, come per Marx, ma soggettivismo eroico incarnato dal Faust.

Lorenzo Cafarchio

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