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Roma, 21 giu – Assenza pressoché totale di veri partiti politici nel senso moderno e occidentale del termine, crisi di rappresentatività del Parlamento, distacco tra élites e popolo, malessere costituzionale: queste le premesse del vuoto di potere creatosi nell’ “Italietta liberale” nella severa, ma puntale ricostruzione di Giacomo Perticone [1].
Un panorama desolante che si rifletteva anche nella formazione dei governi composti, nel migliore dei casi, da leaders di seconda fila e rispondenti al “modello” del «vecchio parlamentare, rotto a tutte le furberie e a tutti i ripieghi che danno la vittoria o ritardano la sconfitta in quel campo di battaglia intricato e difficile che è la Camera dei deputati» [2].



Mussolini e “l’anarchico regime d’assemblea”

In quel campo, cent’anni fa, esordiva Benito Mussolini: nell’aria stantia delle aule di Montecitorio debordò nell’«anarchico regime d’assemblea» [3] con il suo primo intervento pronunciato il 21 giugno 1921, a poco più di un mese dalla tornata elettorale che aveva eletto 105 deputati del Blocco Nazionale. Mussolini aveva raccolto 124.918 voti nella circoscrizione di Milano-Pavia e 172.491 in quella di Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì. Fu eletto in entrambe grazie ad «un’abile campagna elettorale e un preordinato uso delle preferenze che portarono, contro l’attesa generale, ad un’affermazione di vari candidati fascisti alla prima esperienza politica a danno di vecchi deputati uscenti, carichi d’esperienza e appoggiati da potenti gruppi d’interessi e da tradizionali consorterie politiche» [4].

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Il che conferma quanto lontana dalla realtà fosse «storicamente prima ancora che politicamente» [5] la versione crociana del fascismo come invasione degli Hyksos risultando, invece, quanto le origini del fenomeno fossero «connesse in modo inscindibile con le trasformazioni e le crisi che si verificarono in Italia» [6] in quegli anni. Le elezioni del 15 maggio 1921 confermarono, infatti, «lo spostamento a destra in atto nel Paese» [7] e di ciò Mussolini, come noto, se ne fece interprete consapevole.
L’occasione per l’esordio da parlamentare fu fornita dalla discussione avviata sull’indirizzo di risposta al tradizionale discorso della Corona svoltasi sotto la presidenza di Enrico De Nicola. Mussolini iniziò con una dichiarazione di rottura rispetto le stantie prassi parlamentari: «Non mi dispiace, onorevoli colleghi, di iniziare il mio discorso da quei banchi dell’estrema destra dove, nei tempi in cui lo spaccio della Bestia trionfante aveva le sue porte spalancate ed un commercio avviatissimo, nessuno osava più sedere» [8].

L’italianità e il “nullismo” in politica estera

Una collocazione simbolica e non casuale, dalla quale sarebbero state sostenute con forza tesi antidemocratiche, antisocialiste e antigiolittiane che si sarebbero scagliate contro il grigiore parlamentare distinguendosene facendo leva sull’«equazione parola uguale azione» [9]. L’obiettivo a cui Mussolini puntò subito fu quello di parlare dal suo scranno non tanto agli altri deputati, quanto alla Nazione riducendo, de facto, la sfasatura tra lo Stato e l’opinione pubblica. Due furono gli oggetti specifici dell’esordio parlamentare mussoliniano: in primis, una dura critica al Governo per la mancata tutela dell’italianità in Alto Adige e, più in generale, alla politica estera ‒ riassunta nel termine “nullismo” [10] ‒ del Conte Carlo Sforza; in secondo luogo, la posizione del fascismo rispetto agli altri partiti, rivolgendosi esplicitamente ai comunisti, ai socialisti ed ai popolari senza escludere aprioristicamente una prospettiva di collaborazione tra gli ultimi due e i fascisti.

L’intervento di Mussolini, perciò, fu il primo discorso antiparlamentare che si udì in Parlamento e le taglienti parole che lo segnarono rappresentarono un segno di discontinuità ‒ piuttosto radicale ‒ con le formule di rito invalse nell’emiciclo di Montecitorio. Non mancarono, tra l’altro, i riferimenti letterari, come confermano le citazioni carducciane e dannunziane: un omaggio ad una certa idea di Italia che, preconizzata dal vate maremmano e realizzata da D’Annunzio a Fiume, mirava alla redenzione della Nazione attraverso i profeti. Mussolini si pose poi nel solco della religione civile tracciato dai poeti vati mutuando dal loro linguaggio termini volutamente distanti dalle formule convenzionali che avevano allontanato le élites politiche dalle masse, chiudendole nei corridoi parlamentari in modo del tutto anacronistico, visto l’ormai sostanziale allargamento del corpo elettorale realizzato, in due tempi, dalla legge elettorale del 1919.

Mussolini e gli “onorevoli colleghi”

Il neodeputato non celò nemmeno la sua sorpresa per il fatto che nel discorso della Corona non vi fosse stato «un accenno all’azione esplicata da Gabriele D’Annunzio e dai suoi legionari» [11] ricordando, inoltre, al Governo le responsabilità che ebbe nell’attacco di Fiume alla vigilia di Natale [12] mettendosi fuori «dai limiti della coscienza e della dignità nazionale» inviando «soldati italiani, che andavano a combattere contro altri italiani» [13]. Tutti i gruppi a cui Mussolini si rivolse, insomma, furono posti dinnanzi alle responsabilità che avevano accumulato nel corso di anni di immobilismo parlamentare fatto di interventi ovattati e smussati: questo il retaggio di trasformismi e localismi che avevano relegato l’utilizzo di toni energici, solo nei casi di trattative politiche non andate a buon fine per l’avvicendamento ministeriale di qualche collega “predestinato” rispetto ad un altro.

Il che non poteva non alimentare il disprezzo col quale Mussolini guardava gli “onorevoli colleghi” come conferma un episodio riportato dal deputato livornese Michele Terzaghi che gli sedette accanto quel 21 giugno 1921: «Quando un deputato di nobile aspetto e casata venne a stringere la mano a Mussolini, liquefacendosi in sorrisi, il capo fascista mi chiese seccato: “Tu che sei più pratico dell’ambiente, dimmi, chi è quel fesso?”» [14].

Roberto Bonuglia

Note:
[1] G. Perticone, Gruppi e partiti politici nella vita pubblica italiana dalla proclamazione dell’Unità alla Guerra mondiale, Modena, Guanda, 1938.
[2] G. Mosca, Sulla teorica dei governi e sul governo parlamentare. Studi storici e sociali, Palermo, Tipografia dello Statuto, 1884, p. 375.
[3] R. De Felice, Fascismo, Milano-Trento, Luni, 1998, p. 44.
[4] R. De Felice, Mussolini il fascista, vol. I, La conquista del potere, 1921-1925, Torino, Einaudi, 1966, p. 92.
[5] Cfr., il contributo di P. Simoncelli in AA.VV., Oltre Salerno. Benedetto Croce, Ignazio Silone e la loro attualità politica. Atti del convegno di Pescasseroli e Pescina, 27-28 settembre 2014, a cura di G. Di Leo, Roma, Aracne, 2015, pp. 161-162.
[6] R. De Felice, Fascismo, cit., p. 37.
[7] G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. VIII, La prima guerra mondiale, il dopoguerra, l’avvento del fascismo, Milano, Feltrinelli, 1978, p. 370.
[8] B. Mussolini, Il primo discorso alla Camera dei deputati, in Id., Opera omnia di Benito Mussolini, vol. XVI, Dal Trattato di Rapallo al primo discorso alla Camera (13 novembre 1920 – 21 giugno 1921), a cura di E. e D. Susmel, Firenze, La Fenice, 1955, p. 431.
[9] E.M Garrido, Il primo discorso fascista di Mussolini: la traccia dannunziana, in «Cuadernos de Filologìa Italiana», n. V, del 1998, p. 213.
[10] B. Mussolini, Contro Sforza, in «Il Popolo d’Italia», del 21 giugno 1921.
[11] B. Mussolini, Il primo discorso alla Camera dei deputati, cit., p. 435.
[12] R. Bonuglia, Fiume, la prima guerra civile italiana, in «Historica», a. 18, n. 73, del 2020, pp. 43-51.
[13] B. Mussolini, Il primo discorso alla Camera dei deputati, cit., p. 436.
[14] M. Terzaghi, Fascismo e massoneria, Milano, Editrice Storica, 1950, p. 49.

 

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