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Roma, 24 gen – Proviamo a fare uno sforzo d’immaginazione, una sorta di sogno collettivo (o d’incubo se preferite). Rileggiamo la storia con una lente deformante che ricostruisce gli eventi degli ultimi decenni con un po’ di malizia. Negli anni Ottanta del secolo scorso si combatteva la battaglia decisiva tra due visioni opposte del mondo. Da un lato il comunismo guidato dall’Urss e dall’altro la democrazia capitalista con a capo gli Usa. Entrambi quei modelli erano imperfetti e inclini al materialismo. L’egualitarismo marxista e il classismo edonista dall’altro ponevano, di fatto, entrambi il denaro al centro di ogni cosa.

Il marxismo è sopravvissuto

Potendo scegliere, l’occidente – pur con tutti i suoi difetti – era forse preferibile, o “il male minore”. Sappiamo come finì: Reagan, Thatcher e Giovanni Paolo II, furono i protagonisti della sua vittoria. Il comunismo storico fallì a causa di se stesso. Franò e implose, dimostrando di basarsi su presupposti sbagliati, deliranti, distopici. La caduta del muro di Berlino fu il primo segnale, poi la dissoluzione dell’Urss e tutto il resto seguì a ruota. Il comunismo era stato (finalmente) sconfitto. In realtà, qualcosa sopravvisse di quell’ideologia, come la Cuba castrista o la Corea del Nord. E soprattutto la Cina, che per evitare di finire come l’Urss “aprì” al mercato con una serie di riforme che deformarono l’ideologia comunista, o almeno, così parve.

In tutto l’occidente, i partiti comunisti dovettero fare i conti con la storia. Per restare al caso italiano, l’allora segretario del Pci Achille Occhetto fu costretto alla svolta socialdemocratica che decretò la nascita del Pds. La sconfitta del comunismo storico permise al postcomunismo di andare al governo con la coalizione dell’Ulivo nel 1996. Paradossalmente, i postcomunisti si dimostrarono più liberisti dei governi socialisti presieduti da Bettino Craxi del decennio precedente. Avviarono una serie di liberalizzazioni e di privatizzazioni che – apparentemente – sembravano “tradire” il loro passato statalismo. In realtà questo processo di “svendita” dei gioielli dello Stato era già cominciato prima, nel biennio 1992-1993 con i governi Amato e Ciampi. I successivi governi Prodi, D’Alema, Amato II, coincisero – guarda caso – con un dominio pressoché assoluto del progressismo in tutto il mondo.

Erano gli anni di Clinton in Usa, Blair in Gran Bretagna, Jospin in Francia, Schroder in Germania. Quello che Giuliano Ferrara (all’epoca berlusconiano) definiva sarcasticamente “Ulivo mondiale”. Nel frattempo, a destra, l’Msi aveva compiuto la “svolta di Fiuggi” che, almeno formalmente, avrebbe dovuto sancire un’evoluzione nazionalconservatrice della destra, ma che, di fatto, fece di Alleanza nazionale un partito neoliberista. Sconfitto (apparentemente) il comunismo, An avrebbe dovuto svolgere un ruolo di critica interna a quelle che erano le contraddizioni e le deformazioni del capitalismo. Porre magari un argine alla globalizzazione, ma evidentemente il “sovranismo” era ancora lontano dall’essere concepito.

I post-comunisti: cambio di rotta o solo tattica?

Resta però un dubbio. Ovvero se quella “svolta liberista” del Pds-Ds-Pd fosse reale, sincera, oppure solo una manovra tattica, un’operazione camaleontica, un cavallo di Troia per insinuare nell’occidente una nuova forma di comunismo. Più sottile, invisibile, insidiosa e perciò, più pericolosa di quella del passato.

La nascita del Wto e della globalizzazione sembrava il trionfo definitivo del capitalismo neoliberista, della “società aperta” teorizzata da karl Popper. Nel frattempo, mentre si costruiva l’Unione Europea e si preparava l’ingresso alla moneta unica dell’euro, mentre cioè l’occidente si “apriva”, la Cina restava astutamente chiusa. E quando la Cina fu fatta entrare né Wto, ci fu chi – come Giulio Tremonti – avvertiva dei fatali rischi. La Cina aveva sì aperto al mercato, ma un mercato dirigista, controllato dallo Stato e dal Partito comunista cinese. Non c’era libertà di sciopero, non c’erano sindacati, i lavoratori erano costretti a lavorare con orari massacranti, recependo salari bassissimi. I nostri prodotti avevano (e hanno) costi troppo alti per i salariati cinesi, mentre i prodotti cinesi avevano (e hanno) costi bassissimi. Alla fine – era la conclusione di Tremonti – sarebbe stato il mercato cinese a conquistare l’occidente e non noi a conquistare la Cina.

La Cina e il comunismo alla conquista dell’occidente

Rimane da capire se le politiche scellerate dell’Ulivo mondiale furono “errori di valutazione”, oppure lucida strategia per far collassare l’occidente liberaldemocratico e farlo fagocitare. Gli eventi recenti farebbero optare per la seconda ipotesi. Un’improvvisa pandemia è deflagrata proprio dal cuore della Cina, ma il “Dragone” è stato anche la prima (e unica) nazione al mondo a uscirne, mentre il resto del mondo è rimasto impestato. A causa del Covid si sono ripetuti continui lockdown che paralizzano le nazioni e aggravano la crisi economica. Il risultato è che la Cina è l’unica a crescere, mentre il resto del mondo sta attraversando la più grave difficoltà dal ’29 del secolo scorso. L’ex Presidente Donald Trump, forse immaginando il rischio, ha evitato di paralizzare gli Usa. Adesso che alla Casa Bianca è arrivato Joe Biden, tutt’altro che “moderato” e “centrista” come qualcuno sostiene, che ha come vicepresidente la Harris, ancora più radicale.

Cosa faranno? Probabilmente lockdown che colpiranno non solo l’economia americana, ma quella del mondo intero. Il sospetto è che i “Dem”, sia quelli statunitensi sia quelli nostrani, siano legati a doppio filo con il Partito comunista cinese. Sarebbero così riusciti – con il beneplacito di Bergoglio che sostiene pubblicamente che abolire la proprietà privata non è un tabù – a prendere il controllo della più grande potenza del mondo, gli Usa.

Alla fine, alla Cina sarebbe riuscito quello che non riuscì all’Urss, semplicemente cambiando tattica. Se apri l’occidente e tieni chiusa la Cina, il risultato è che la Cina ti entra in casa e ne diventa padrona. Non sarebbe da stupirsi se una volta collassata definitivamente l’economia occidentale, la Cina, dal capitalismo dirigista di Stato, torni all’opzione originaria del comunismo. Scacco matto. Poi ci destiamo da questo incubo, da questa ipotesi teorica, e ci auguriamo di aver fatto solo un brutto sogno.

Gianluca Donati

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2 Commenti

  1. E, se tutta questa pandemia, non fosse altro che un sistema estremo per evitare l’ implosione del sistema Cina? Spesso si sottovaluta la forza e il malessere del “sottobosco”, popolo, che in Cina è sempre più affamato ed, essendo pure ateo, ha ancora più fame di sostanze non solo commestibili! E lecite. Basta aver osservato attentamente come si comporta(va)no i turisti-passatori cinesi all’ estero (ricordano i sovietici quando si andava a far loro visita). Una nazione vicina, l’ India, ha un comportamento ben diverso e più lungimirante…

  2. I dem statunitensi legati al Partito comunista cinese non credo proprio visto, che sono già pronti a riprendere il ruolo di sbirri controllori del mondo.

    Solo perchè un idiota populista ha sbraitato contro Huawei e ha imposto dazi (pure a noi) non credo proprio che fosse lui il vero babau per la Cina. La Cina la si contiene (nei limiti del possibile) con la politica estera e la potenza militare, ovvero proprio ciò che l’idiota non faceva. Anche perchè poi, se lasci un buco in politica estera, qualcuno pima o poi lo riempirà.

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