naziBuenos Aires, 25 mar – Una scoperta a dir poco incredibile quella di Daniel Schavelzon, celebre archeologo che nella selva argentina ha rinvenuto un fortino probabilmente opera dei nazisti. Una roccaforte nascosta che sarebbe servita, secondo Schavelzon, come rifugio segreto in caso di sconfitta della Germania nel secondo conflitto mondiale. A pochi passi dal confine con il Paraguay, coperta dalla vegetazione e accessibile soltanto facendosi strada nel sottobosco con il machete, è emersa una struttura che secondo i più era soltanto leggendaria.

Eppure gli abitanti della zona ne parlavano da anni, sicuri che esistesse realmente. “Non possiamo trovare altra spiegazione sul motivo per cui qualcuno avrebbe voluto costruire strutture simile, in un sito praticamente inaccessibile, lontano dalla comunità locale, con materiale che non è tipico dell’architettura regionale. E’ opera dei tedeschi.” A dirlo è lo stesso Schavelzon, leader del team di archeologi che, incaricato dall’Università di Buenos Aires, ha passato mesi ad esplorare il sito nel parco provinciale Teyu Cuare, nella regione di Misiones nel nord dell’Argentina. La leggenda locale vuole che le strutture rinvenute siano opera di Martin Bormann, morto nel maggio 1945.


Sta di fatto che quanto rivenuto non sembrerebbe lasciare spazio a dubbi riguardo origine e costruttori, sul posto infatti sono state rinvenute dagli archeologi monete battute in Germania dal 1938 al 1944, oltre a ceramiche e piastrelle tedesche della stessa epoca, un pozzo, una casamatta, un magazzino per le scorte. Da questa postazione in dieci minuti di cammino si sconfina in Paraguay, da qui una sentinella può avvistare chiunque provi ad avvicinarsi anche a diversi chilometri di distanza. Secondo Schavelzon, intervistato da Filippo Fiorini su La Stampa, si tratterebbe di “una struttura tipica dell’ingegneria europea, con mura spesse tre metri e senza omologhi nei dintorni.” Secondo l’archeologo, già sulle tracce del secondo nascondiglio nazista, in Argentina probabilmente di luoghi del genere ce ne sono “a decine”.

Eugenio Palazzini

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