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Roma, 24 set – La Camera, dopo il Senato, ha approvato la Convenzione di Faro. Messa su nel 2005 e presentata nella cittadina portoghese da cui prende il nome, è entrata in vigore nel 2011 e riguarda il “valore del patrimonio culturale nella società“. Ogni Stato membro dell’Unione Europea può ratificarla, ma la maggior parte dei Paesi si è ben guardata dal farlo. L’Italia, invece, che ha il più grande patrimonio culturale del mondo, è corsa a sottoscriverla. Viene il dubbio che nessuno abbia letto bene il testo della convenzione oppure che, una volta letto, al nostro ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini sia sembrato così bello, così politically correct, così europeo, da volerlo inserire nel nostro ordinamento.

Arte e “pulizia etnica”

Ci sono infatti una serie di articoli che lasciano perplessi, e che trovano senso solo nella genesi della Convenzione, messa a punto per cercare di mediare la situazione del patrimonio artistico ad esempio dei Paesi della ex Jugoslavia. Ricordiamo sul punto l‘infausta fine del ponte di Mostar, simbolo e vittima di uno scontro etnico e culturale. In questo senso, alcune espressioni della Convenzione possono essere senz’altro accolte con favore: ma non in Italia. E, a quanto pare, nemmeno nei principali Paesi europei che non hanno – ancora – in seno questo genere di conflitti culturali.

“Valori contraddittori” dell’arte e “comunità diverse”

Gli articoli che, in mezzo ad un mare di genericità, sicuramente mettono in allerta sono il 4 e il 7. Nell’art. 4 viene contemplata l’idea che l’esercizio del diritto al patrimonio culturale possa “essere soggetto soltanto a quelle limitazioni che sono necessarie in una società democratica” o per la protezione “degli altrui diritti o libertà”. La Convenzione rincara la dose nell’art. 7, dove si legge che i Paesi che sottoscrivono il testo si devono impegnare “a stabilire procedimenti di mediazione per gestire equamente le situazioni dove valori contraddittori siano attribuiti allo stesso da comunità diverse“.

Una normativa pericolosa per “offendersi”

Ci si chiede quali siano i “valori contraddittori” rappresentati ad esempio dal David di Michelangelo tali da dover sottoporre il nostro patrimonio artistico a “limitazioni necessarie”. E soprattutto, quali sarebbero le “comunità diverse” che in Italia potrebbero sentirsi offese di fronte a un De Chirico, a un Canova o Guttuso. Ci sono stati tempi in cui vennero messe le mutande alle figure della Cappella Sistina, ma non esisteva ancora il concetto di patrimonio artistico collettivo: fu un Papa a chiedere abiti più consoni per i partecipanti al Giudizio universale. Ad oggi è lecito pensare che la ragione per cui proprio l’Italia abbia sottoscritto tale Convenzione sia quella di “tutelare” gli interessi di alcune minoranze religiose che potrebbero sentirsi offese dalla nudità di alcune statue classiche o dai valori europei che rappresentano. Accadde una cosa simile nel corso della visita del presidente iraniano Rohani del 2016: per non urtare la sua sensibilità, alcune statue con le pubenda allegramente in mostra vennero coperte. All’epoca, dopo la shitstorm, Franceschini disse che lui non era stato avvertito: “Incomprensibile la scelta di coprire le statue. C’erano molti altri modi di rispettare la sensibilità di un importante ospite straniero”.

Ma oggi, in effetti, lo stesso Franceschini ha messo nero su bianco il permesso di coprire ancora quelle statue. Probabilmente all’epoca reagì solo perché l’islamico in questione era un rappresentante del “cattivissimo” Iran. Ma la Convenzione crea da noi un pericolosissimo appiglio normativo per chi qui già vive e ha un diverso credo religioso. L’ennesimo attentato alla nostra sovranità culturale passato per “tutela” di comunità indifese. Come detto, nessuno dei Paesi fondatori l’ha ratificata: Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Grecia, Polonia, Irlanda, Danimarca, Svezia non l’hanno neppure firmata. Qui da noi invece si è corsi allegramente a fare propria una convenzione che è un suicidio culturale e artistico e che apre le porte a rivendicazioni orrende che pensavamo di aver cacciato a pedate nel deretano ormai centinaia di anni fa.

Ilaria Paoletti

4 Commenti

  1. Io ricordo una intervista radiofonica con Suad Sbai di alcuni anni fa, durante la quale denunciava, apertamente, la presenza di persone recentemente convertitesi all’Islam non solo nell’àmbito del mondo dello spettacolo ma anche all’interno del Parlamento italiano. Disse, chiaramente, di non poter fare i nomi per via della mancanza di prove oggettive ma che si trattava – e si tratta – di cose che, in certi ambienti, sono risapute. Quelle persone, ovviamente, pur essendo piuttosto conosciute (la signora Sbai sosteneva che se avesse fatto alcuni nomi, il pubblico ne sarebbe rimasto, addirittura, sconcertato), non si manifestano come musulmani perché praticanti la “taqiyya” (la dissimulazione) ma riescono ad influenzare le scelte politiche del nostro Paese in un ben determinato senso e/o lavorano con il preciso scopo di contribuire a islamizzare l’Italia e dunque, l’Europa. Pertanto, letta questa notizia, nasce il fortissimo sospetto riguardo al fatto che la corsa italiana alla sottoscrizione-suicidio di questa Convenzione di Faro, secondo me, la si potrebbe fare risalire proprio al progetto di una lenta ma (al momento) inesorabile islamizzazione dell’Europa.

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