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the-counselor-il-procuratore-javier-bardem-foto-dal-film-1_midRoma, 20 mar – Nel clima generale di fanatica ansia di appiattire le differenze di genere, un film e un libro come Il Procuratore di Cormac Mc Carthy rappresentano sicuramente una voce fuori dal coro e una prospettiva inattuale. D’altronde lo scrittore americano ha già da tempo abituato il pubblico a storie dai toni cupi, dove il sangue scorre a fiumi e la vita torna alla sua dimensione quasi primordiale e pericolosa.



Come molti altri suoi lavori anche questo è ambientato al confine tra Stati Uniti e Messico, in un drammatico crescendo di tensione e violenza che raggiunge nell’epilogo un apice di crudeltà quasi inaspettata.

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Ma quello che più di tutto emerge nel lungometraggio, forse più che in altri lavori di Mc Carthy, è il contrasto intensissimo tra uomo e donna. Al di là del procuratore del titolo, la vera protagonista sembra essere la famelica Malkina interpretata da Cameron Diaz, donna fatale che manovra nell’ombra e rigira come vuole gli affari del malcapitato trafficante Reiner (Bardem).

Secondo Reiner gli uomini devono discutere di affari solo tra uomini, perché quando le donne ci mettono il naso iniziano i problemi. Allo stesso modo Brad Pitt metterà in guardia il procuratore sulla natura delle donne, cercando di tenerlo alla larga dall’affare in cui vuole investire.

Le cose prenderanno una piega irreversibile e l’americano dovrà comprendere che al di fuori del mondo borghese esiste un mondo con altre leggi e dove esistono solo il bianco o il nero. A condurre i giochi sarà in realtà Malkina, predatrice famelica e implacabile nella sua avidità.

Ecco quindi che il grande scrittore americano propone un film interamente scritto da lui, dove gli uomini fanno la parte delle prede e una donna finisce col mangiarseli tutti in un sol boccone. Nel mondo di Cormac Mc Carthy le norme morali esplodono costringendo l’uomo a dilemmi e bivi che non concedono seconde opportunità. Per lo scrittore americano la letteratura è essenzialmente tragedia perché in fondo s’impara soprattutto dalle cose negative e in questo caso il crescendo di morte e violenza viene esaltato dalle allusioni, dal non visto e dalla tensione costante che si crea nell’attesa di una fine incombente.

L’intensità e la profondità della riflessione fa di questo autore uno degli ultimi disincantati testimoni del nostro tempo. L’emergere della violenza costituisce per Mc Carthy un’inestirpabile componente della natura umana e i vizi e le storture dell’animo incrinano ogni certezza morale e ogni presunta purezza. In questo mondo dalle tinte fosche Mc Carthy sembra in fondo conservare ferma fede nella capacità di accettare la fredda verità della vita. Niente è davvero ciò che sembra, e nel profondo è la paura a dettare le azioni decisive.

Se si volesse cercare una morale in questa storia la si potrebbe chiamare la “morale del predatore”; l’animale da preda, come i due giaguari della femme fatale della pellicola, è il solo a conservare una propria purezza, perché egli è se stesso senza costruzioni morali, senza infingimenti. Fa ciò che deve perché è nella sua natura e, in fondo, niente è più crudele e puro della natura stessa.

 Francesco Boco

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