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Roma, 19 ott – Nel secondo dopoguerra Francia, Belgio, Germania, Olanda e numerosi paesi scandinavi avevano urgente necessità di manodopera per l’industria sia mineraria che manifatturiera e proprio per questo accolsero lavoratori stranieri che, pur di fuggire da situazioni di povertà estrema, fecero la scelta di emigrare.

Sotto il profilo strettamente sociale gli immigrati provenivano da Paesi ex coloniali come l’India, l’Asia centrale, l’Indocina, la Tunisia e l’Algeria. Fra le nazioni europee che li ospitarono vi furono il Regno Unito e la Francia.

A questi flussi migratori, sorti per ragioni economiche, se ne aggiunsero altri sorti per ragioni di carattere politico. Infatti, verso la fine degli anni ’50, milioni di ungheresi lasciarono il blocco dell’Est per rifugiarsi in Austria.

Complessivamente queste ondate non alterarono la dimensione demografica e culturale. Tuttavia i governi europei non attuarono una pianificazione razionale dell’immigrazione, non furono cioè in grado di riuscire a capire gli scenari che si sarebbero creati. Tanto è vero che non pochi Paesi europei erano convinti che molti di questi immigrati sarebbero ritornati in patria: al contrario non pochi di essi non solo rimasero ma costruirono i loro luoghi di culto e le loro famiglie cominciarono a rivendicare i diritti dello stato sociale.

L’ondata d’immigrazione di allora determinerà così la formazione di un nuovo proletariato che finirà per sovrapporsi a quello che già esistente. Inoltre, a causa della religione, alcuni immigrati invece di integrarsi con la società locale finirono per costruire delle vere proprie enclave coese e chiuse alla influenza esterna, giungendo alla formazione per esempio delle ben note banlieues francesi. Queste comunità chiuse nel corso del tempo non solo gettarono le basi per atteggiamenti antieuropei ma hanno contribuito ad alimentare il terrorismo e la criminalità organizzata.

Roberto Favazzo

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