Roma, 14 nov – Il nuovo standard per l’immaginario fantasy è giocare a Dungeons & Dragons con uno stand-up comedian contornato da spettacoli di drag queen in un ristorante thailandese. Almeno secondo un articolo di Domani, in cui l’autore ci dice che vorrebbe riprendersi Tolkien “a colpi di dadi queer”.

La ricezione di Tolkien in Italia

Quando Il Signore degli anelli sbarcò in Italia nella seconda metà del novecento venne ostracizzato dall’intellighenzia di sinistra. Il libro ed il suo autore erano troppo lontani dai canoni del neorealismo e dai dogmi marxisti. Al contrario, fu la destra radicale ad accoglierlo e farsi carico di quell’immaginario. Un colpo di fulmine dovuto al profondo simbolismo e all’epica dell’opera tolkieniana. Ora che l’universo di Arda è divenuto un pilastro imprescindibile della cultura pop, anche grazie alla trilogia cinematografica di Peter Jackson, il fatto che “gli universi ispirati al Signore degli anelli sarebbero un patrimonio delle destre tradizionaliste” è divenuto semplicemente un “malinteso eclatante”.

Da una parte ci sarebbe “Dio, patria, famiglia, eroe”, dall’altra i cosplayer del Lucca comics con la loro “sperimentazione delle identità, dei legami e delle interattive performance del sé che con la tradizione e con le norme vogliono rompere, fare casino”. Uno scontro fra tradizionalismo e rivoluzione che ha però del grottesco. Dove al primo viene affibbiato una visione valoriale fin troppo noiosa e stereotipata, mentre la seconda si riduce al gioco, al merchandising, alla superficialità. La profondità di Tolkien è invece nel suo incontro con il mito, con il senso del sacro, con la tradizione europea. Il tutto con una modernità e un’attualità che ritroviamo nella medietà degli hobbit, nel loro essere più vicini alla borghesia del secolo scorso che a nobili cavalieri medievali; o a quel mondo di rovine in cerca di un Re e del ritorno di un principio assiale che è la Terra di Mezzo; o a quel disincanto del reale e quel velamento dell’essere dovuto alla riparare degli elfi a Valinor, terra degli dei. Tematiche queste che non si possono eliminare, se non al costo di svuotare di significato Il Signore degli anelli, rendendolo un prodotto di consumo come tanti altri.

Dungeons & Drag Queens

Questa irriducibilità di Tolkien viene testimoniata anche dal fatto che l’autore dell’articolo, per farne una rilettura progressista, non lo citi praticamente mai. Per suffragare la sua ipotesi deve andare a ripescare un gioco come Dungeons & Dragons, ed in particolare lo spettacolo Dungeons & Drag Queens dove il comico americano Paul Curry, che viene sottolineato essere “nerd” e “gay”, fa da Dungeon master a gruppi di giocatori rigorosamente formato da drag queen, intrattenendo il pubblico con storie di “draghi sfiatati positivi al Covid, castelli governati da duchi mentecatti somiglianti a Elon Musk, o muscolose divinità che finiscono per fare il filo alle locandiere influencer”. Ma qui appunto il fantasy diventa solamente l’occasione di una fuga, di un gioco di ruolo. Qualcosa di queer perché innanzitutto è qualcosa da nerd. Niente significati ulteriori, ma solamente la retorica degli spostati, dei perdenti, dei secchioni, degli eccentrici, ovvero di tutto quello che è diventato il nuovo standard di buono in qualsiasi teen drama che si rispetti.

Michele Iozzino

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