Roma, 1 apr – Viviamo strani tempi. Tempi in cui è possibile, nel pieno di una crisi internazionale senza precedenti, che su due reti nazionali si parli, contemporaneamente, di Julius Evola. È accaduto mercoledì scorso, su Rai Storia e su La7. Anche se, malgrado l’effettiva sincronia, le due «apparizioni televisive» di Evola sembrano provenire da due epoche molto distanti tra loro.

Pochi concetti e ben confusi

Antica, antichissima è sembrata la menzione che di Evola ha fatto la filosofa cyberfemminista Rosi Braidotti a Otto e mezzo: qui il pensatore tradizionalista è stato usato per tentare goffamente di spiegare il «progetto filosofico» di Vladimir Putin, che, secondo la Braidotti, avrebbe alle spalle Aleksandr Dugin. E, dietro a Dugin, ecco spuntare Evola, «grande amico di Mussolini e ispiratore anche di Bannon», il cui grande nemico è «l’emancipazione della donna e dei gay». Insomma, un guazzabuglio di pochi concetti e ben confusi, pronunciato con la bava alla bocca, antico non tanto per il livore antifascista (che in molti ambienti è anzi tuttora vivo e vitale), quanto per la pretesa di poter parlare senza informarsi, di poter liquidare il nemico con quattro parole in croce e due sillogismi sbilenchi.

Qualche semplificazione

Ben altro tono è stato quello che ha accompagnato la puntata di Passato e Presente, su Rai Storia, dedicata interamente a Evola. Condotta da Paolo Mieli e con la studiosa Alessandra Tarquini, la trasmissione ha cercato di ricostruire la parabola del pensatore romano dagli esordi dadaisti ai legami con la destra radicale del dopoguerra. In molti, sui social, hanno evidenziato qualche errore materiale emerso durante la trattazione. Alcuni assolutamente veniali (per due volte Sintesi di dottrina della razza viene chiamata Sintesi della razza, anche mentre appare in video la copertina con il titolo giusto, un articolo degli anni Venti scambiato per un libro etc), altri che in realtà non sono errori ma semplificazioni.

Si è detto per un paio di volte, per esempio, che Evola abbia aderito alla Rsi. In realtà Evola non ebbe sostanzialmente legami con il governo di Salò: a parte una prima fase di smarrimento (ma comune a tanti altri) in cui cercherà senza esito di prendere contatti con il governo badogliano, egli resterà a Roma fino al giugno del 1944, per poi andare a Vienna per svolgere le ben note ricerche su incarico dell’Sd tedesco. È tuttavia evidente come Evola rimanga nei ranghi dell’Asse fino al 1945. E il suo stesso giudizio sulla Rsi, pur critico rispetto alla linea «di sinistra» del manifesto di Verona, resta comunque favorevole al proseguimento della lotta al fianco dell’alleato tedesco. Dire di una persona con questo percorso che «aderì alla Rsi» (che egli peraltro ebbe il privilegio di veder nascere, trovandosi a Rastenburg all’arrivo di Mussolini dopo la liberazione del Gran sasso) ci pare sì semplificatorio, ma non «falso». Di sicuro Evola non fu un partigiano né un abitante della defeliciana «zona grigia».

A proposito di Rastenburg, forse l’unica vera falsificazione fastidiosa della ricostruzione è stata quella sull’Evola lì presente perché «chiamato da Himmler» al fine di spiegare la caduta di Mussolini alla luce del complotto massonico: una bufala grossolana spuntata da chissà dove. È più curioso, semmai, che fra gli evoliani che hanno criticato la trasmissione nessuno abbia invece evidenziato un’altra inesattezza marchiana ascoltata durante la trasmissione: quella sulla «famiglia aristocratica» di Evola, che come sappiamo non era affatto tale. Ma sulle inesattezze la cui fonte è Evola stesso pare che certi ipercritici abbiano più la bocca buona…

Evola, la star tv che non ti aspetti

Fare le pulci alla trasmissione di Rai Storia, tuttavia, è un’operazione che lascia il tempo che trova. La vera novità della puntata è un’altra e riguarda l’impostazione generale: sobria, asciutta, non scandalistica, volta nei limiti del possibile all’approfondimento e alla comprensione. Di Evola viene più volte detto che è un pensatore «originale», «raffinato», «affascinante», inserito a pieno titolo nel paesaggio della grande cultura novecentesca. Di più: la puntata finisce con l’indicazione bibliografica di tre opere evoliane (Imperialismo pagano, Rivolta contro il mondo moderno, Il cammino del cinabro) e l’esplicito invito a leggerle. Qualche passaggio maggiormente «giudicante» si è avuto nella parte relativa al razzismo di Evola, ma si tratta di qualcosa di inevitabile. E anche lì, tuttavia, niente «follia del nazismo», niente citazioni a capocchia di Auschwitz, niente artifici retorici o visivi per creare un climax ansiogeno. Rispetto all’Umberto Eco che paragonava Evola al Mago Othelma o al Furio Jesi che lo definì «un razzista così sporco che ripugna toccarlo con le dita», qui siamo in un altro pianeta.

Ora però, detto questo e accolta con piacere questa gradita sorpresa, andrebbe fatto un passo avanti. Di Evola si parla, senza pregiudizi, anche in Rai. I suoi libri sono liberamente in vendita in qualsiasi libreria ben fornita (con la non causale eccezione di quelli a tema razziale, comunque facilmente reperibili). Certo il pensiero unico e le censure non sono sconfitti, anzi, per molti versi sono oggi più pervasivi di un tempo. Ma forse l’alibi del ghetto e della «cultura negata» oggi non regge più. E allora però viene anche meno la necessità di ridurre ogni possibile discussione culturale al mantra vittimistico, che tuttavia è stato l’unico linguaggio con cui una certa area ha saputo parlare di cultura. Detto in altri termini: se certe idee trovano oggi canali per circolare più facilmente di un tempo, non sarà forse ora di cominciare a farne qualche cosa?

Adriano Scianca

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