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Roma, 18 apr – Da quando siamo sotto la quarantena, molti italiani potrebbero aver ritrovato il gusto e il tempo di leggere molto più di prima. E allora credo che sarebbe interessante avere tra le mani un romanzo scritto cento anni fa dal grande scrittore americano di origini irlandesi Jack London, che parla proprio dello scoppio improvviso di una pandemia in tutto il mondo. Questo libro è intitolato appunto “La peste scarlatta“. Pubblicato nel 1912 e apparso originariamente sul “The London Magazine”, La peste scarlatta riprende il filone post-apocalittico.

Sangue di Enea Ritter

Il morbo immaginato da London

Ambientato in California questo romanzo breve è assai più moderno e profetico riguardo a diversi aspetti della società contemporanea. La peste è un morbo in grado di uccidere in poche ore il 100% di coloro che lo hanno contratto, e inizia a diffondersi dal 2013, in un mondo dominato dal Consiglio dei Magnati dell’Industria – composto dalle sette famiglie più ricche e importanti del pianeta – che assomiglia molto società capitalistica e tecnocratica odierna e a quella degli Stati Uniti dei primi del Novecento.

Black Brain

Nel racconto di London in breve tempo gran parte degli esseri umani è annientata da questo morbo sconosciuto e per il quale non si trovano cure. I batteriologi che cercano la cura muoiono uno dopo l’altro e, come i nostri medici e infermieri di oggi che lavorano a contato con il coronavirus nelle strutture ospedaliere, vengono definiti “eroi” dal protagonista. I sopravvissuti devono fare i conti non solo con una natura selvaggia ma anche con gli istinti primordiali di una umanità ormai alla deriva.

L’ultimo uomo custode della memoria

Il protagonista, di nome James Howard Smith, è un vecchio professore di Berkeley che nel  2073 – dopo 60 anni dalla scoppio del virus e oramai molto vecchio – inizia a raccontare ai nipoti dei pochi sopravvissuti all’apocalisse come si viveva prima della fine del mondo.

Quel vecchio è l’unico custode della memoria e della cultura, che ha conservato i libri per mantenere vivo il ricordo; e annientato dall’idea di essere l’ultimo uomo “che ha una lingua e non può usarla, un pensiero e non può ritagliarlo dal grande oceano del pensiero” che “non può neanche più opporlo a quello altrui. E che non ha un destino” ‒ racconta ai giovani nipoti (ai quali il linguaggio e le citazioni letterarie del nonno appaiono farneticanti e prolisse dato che non sanno neanche leggere) di un mondo che seppur civilizzato, è stato in grado di sfruttare i più deboli; racconta del caos che dilagò col propagarsi dell’epidemia e della brutalità alla quale gli uomini diedero sfogo anziché aiutarsi reciprocamente. Ammonisce sui pericoli di non ricordare il passato perché, in un mondo in cui ogni espressione culturale è andata perduta e tutto è lasciato al racconto orale, il rischio di ripetere gli errori passati è grande: “[…] Niente potrà impedirlo…la stessa vecchia storia si ripeterà. L’uomo si moltiplicherà e gli uomini si combatteranno. La polvere da sparo permetterà agli uomini di uccidere milioni di uomini, e solo a questo prezzo, con il fuoco e con il sangue, si svilupperà, un giorno ancora lontanissimo, una nuova civiltà. E a che pro? Come la vecchia civiltà si è estinta, così si estinguerà la nuova”.

Ma alle citazioni poetiche, alle frasi in latino, ai riferimenti letterari, ai suoi “soliloqui sconclusionati”, i ragazzi rispondono distratti e disinteressati: la catastrofe rende le parole complesse obsolete, impoverisce il lessico e i giovani si esprimono in una sorta di gergo gutturale, senza alcuna complessità grammaticale, ossia in un linguaggio allo stato di natura, puramente comunicativo. “Quello che non si vede non c’è, punto e basta» concludono sbrigativi i ragazzi.

Socialismo e darwinismo in Jack London

Leggere questo splendido racconto dopo un secolo fa davvero venire i brividi, soprattutto perché ormai sappiamo che London aveva ragione: siamo destinati – smemorati e incuranti – a replicare gli errori del passato. E’ interessante notare che nel romanzo di London si riscontrano echi di alcune sue idee filosofiche nella quale lo scrittore credeva fortemente: il socialismo e il darwinismo, con un richiamo anche alla società tradizionale tripartita indoeuropea di Dumezil – seppur in chiave materialistica – e al mito dell’eterno ritorno di Nietzsche.

In primo luogo il socialismo emerge dal fatto che nel mondo di allora – e nemmeno in quello dopo la pandemia – vi è una “giustizia sociale” autentica: prima dello scoppio della peste nel 2013, il mondo era dominato da una oligarchia di Magnati e Industriali sul resto del mondo, i cui cittadini erano trattati come veri e propri schiavi, e sulla quale la élite e le persone importanti come lo stesso protagonista, potevano decidere di ucciderli smettendoli di dare loro da mangiare, se non avessero lavorato per procurare il cibo a chi stava sopra di loro, visto che le élite dei pochi possedevano la terra di tutti. Ma anche dopo l’apocalisse, il problema resta: ne è la prova che la signora Vesta – la moglie di uno dei sette magnati, anche lei sopravvissuta alla peste – verrà fatta schiava sessuale e non solo, dal suo ex-autista sottoposto, con un evidente richiamo al pensiero di Hegel per quanto riguarda il ribaltamento dei ruoli sociali nella dialettica schiavo-padrone.

Il darwinismo lo si ricava dal fatto che sono i più forti a dominare nella società, sia prima del virus che dopo, come accade nella piccola tribù di cui farà parte dopo 3 anni di solitudine, e che incontrerà per caso dopo una lunga traversata tra deserti e boschi: la tribù degli Autisti, così chiamata perché dominata e governata appunto da un autista di cui non ricordava più il nome.

Il mondo post apocalittico

Brutale, crudele, sporco e ignorante è lui che sopravvive all’apocalisse – e non quelli più intelligenti ed educati che governavano il mondo prima della peste – ed è lui che ha diritto di avere come schiava una delle donne più belle ed educate che siano mai esistite sulla terra (la signora Vesta, appunto): ma i rapporti social sono cambiati, ed nel nuovo mondo post-virus quello che conta non sono i soldi e l’intelligenza, ma la forza fisica. Il vecchio spiegherà ai giovani nipoti inselvatichiti e abbrutiti, che un giorno – forse tra cento anni, o migliaia, poco importa – sarebbero risorte le antiche e vecchie caste che hanno sempre governato la storia e le società dei popoli: sopra di tutti ci sarà un re, e accanto a lui i principi e ai sacerdoti, che domineranno su una massa di schiavi anonimi, i cui corpi sanguinolenti, sofferenti e sfruttati, saranno necessari per costruire le bellezze e le magnificenze della civiltà.

E li mette in guardia soprattutto dai nuovi “medici, che nel 2073 non rappresentano i dottori che curano la salute degli  ammalati, ma – come nelle società tribali africane – non sono altro che gli antichi stregoni, che si impossessano della mente degli uomini, grazie agli inganni e alle paure che usano per soggiogare le masse; ma basterà non prestare orecchio alle loro dicerie e superstizioni sui loro poteri magici – assicura il vecchio – che le persone non soffriranno più per i loro abusi, dato che non avranno menti deboli su cui potranno banchettare.

Ma sarà proprio uno dei nipoti, attorno al fuoco, a svelare al vecchio, sul finale, che il suo sogno è diventare proprio come loro: un medico, abbagliato dal loro fascino e dal loro potere, e dal dominio dell’uomo sull’uomo.

Emanuele Fusi

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4 Commenti

  1. Complimenti all’ autore; sembra di vivere la situazione di oggi,ad eccezione della pericolosità del virus che ha forse milioni di italiani con anticorpi positivi ma che non sembra avere una mortalita’ superiore agli altri virus degli anni scorsi.Questa epidemia è molto probabilmente strumentalizzata dalle oligarchie mondialiste occulte per creare un mondo Orwelliano e per demolire le industrie nazionali e depredare i beni pubblici e privati rimasti.

  2. Parlando di divenire schiavi in un nuovo “futuro” postpandemico, non può non venire in mente la trovata di molti politicanti nostrani, da Bellanova a Meloni, che vorrebbero schiere di italiani a raccogliere asparagi e pomodori nei campi, come un secolo fa e anche prima.. Tralasciando la balla colossale, che non ci sarebbero abbastanza immigrati già presenti nel nostro paese, più quelli che quotidianamente sbarcano nonostante il coronavirus, per svolgere questo lavoro non è concepibile che un paese ormai a vocazione industriale, commerciale e terziaria, venga bloccato completamente per mesi, facendo fallire la metà almeno delle sue aziende, per poi ridurlo ad una specie di Cambogia di Pol Pot, dove il popolo è deportato a forza nei campi a soffrire la fatica e la fame, in un’economia rurale basata sul bracciantato totalmente anacronistica per questi tempi. A raccogliere ortaggi dovrebbero pensarci le macchine, che la moderna industria è in grado di progettare e produrre. In questo modo cadrebbe anche il pretesto per i cosiddetti “flussi migratori” tanto osannati dai benpensanti. A meno che il progetto non sia un altro.. Cioè proprio quello che stiamo vivendo e che vivremo domani.

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