Roma, 8 gen – “Ieri sera ho inviato una email agli autori di uno studio, pubblicato in una rivista, con delle precise richieste di informazioni. Uno di loro si è rifiutato sostenendo che il lavoro ha passato la peer-review e non necessita di un fact-check: «La Scienza non procede in tal modo». Metodo scientifico? Io non credo”. In questo delirante e al contempo imbarazzante post di capodanno dell’autoproclamatosi fact-checker David Puente è condensata tutta la deriva sovietica che il mondo dell’informazione sta cercando di intraprendere, con una notevole accelerazione dall’inizio della pandemia.

Puente e il fact-checking di regime: i veri nemici della scienza

Perché se da una parte il pretendere di poter “validare” uno studio scientifico – senza la minima competenza dell’oggetto dello studio, ponendosi al di sopra del comitato accademico che lo legge, lo controlla e ne accetta la pubblicazione – può essere senz’altro sintomo di una mitomania neanche troppo celata, dall’altra non si può sorvolare sulla mentalità che ha mosso questa follia e che sta prendendo sempre più piede con effetti potenzialmente catastrofici sull’informazione e sulla comunicazione.

Dall’inizio della pandemia abbiamo assistito agli spot che invitano a fidarsi solo dei “professionisti dell’informazione” (quelli ad esempio che hanno diffuso la bufala del no vax con il laccio emostatico per non far entrare in circolo il vaccino, solo ultima cronologicamente di centinaia di bufale diffuse negli ultimi anni), ma già da tempo avevamo iniziato ad avere notizie su tentativi di proposte di legge contro le fake news. Con il solito dubbio rimasto, per fortuna, almeno fino ad ora, irrisolto: chi controlla la validità delle notizie a livello ufficiale?

Le fake news dei cacciatori di fake

Negli anni molti siti e giornali online hanno provato ad affermarsi come sbufalatori – loro preferiscono chiamarsi “debunker” – di professione. Con pessimi risultati. Pensiamo al sito Butac, che casualmente cercava di fare debunking solo su una ben identificata area politica e mai sull’altra, tra l’altro spesso con pessimi risultati e magre figuracce (questa, questa o questa, tanto per fare facili esempi). Passando poi per l’Open di Puente, giornale di giovanissimi e inesperti redattori che tropo spesso hanno peccato di presunzione finendo anch’essi per esporsi a orribili gaffe (oltre alle sopra citate possiamo ricordare a caso questa o questa). Fino ad arrivare ai sempre autoproclamati “poliziotti delle notizie” di NewsGuard, giornale che pretende di dare le pagelle di affidabilità e validare l’attendibilità dei giornali. E che per farlo non esita a sua volta di diffondere fake news piuttosto pacchiane e anche facilmente “debunkabili”, per usare il loro gergo, con una semplice ricerca attenta sulle stesse fonti che essi citano.

Sono gli stessi, per intenderci, che pochi giorni fa hanno stilato una classifica tra i più attendibili e i meno attendibili su internet. Una classifica che per fondatezza ricorda molto quelle che i siti calcistici forniscono mensilmente sulle squadre più aiutate o più colpite dagli arbitri, che a seconda del tifo del caporedattore del sito mettono al primo posto sempre le stesse squadre, siano esse la Roma, la Lazio, le milanesi, la Juventus o il Napoli. Anche qua ovviamente i giornali “avversari” sono ai primi posti di inaffidabilità mentre gli “amici” sono i più affidabili. Con una autoreferenzialità che assume toni ridicoli quando il giornale definito affidabile sbandiera ai quattro venti la patente ricevuta come fosse un riconoscimento ufficiale.

Altro che metodo scientifico

Ma se di questo tentativo di uniformare la verità del mondo dell’informazione e di tappare la bocca a chi non è uniformato era ben noto ed era già stato affrontato, questo sconfinamento nel mondo della scienza ha un che di seriamente preoccupante. I prodromi già si erano visti ai tempi di Fridays For Future, quando un qualunque scienziato (e di certo non erano pochi) che portava argomentazioni scientifiche contro la tesi di Greta e dei suoi sostenitori veniva insultato, la sua carriera veniva rivista come se fosse un cialtrone (è successo anche a premi Nobel), veniva automaticamente messo nella black list degli autori di bufale e i suoi sostenitori diventavano automaticamente “negazionisti”. La terminologia era chiara: esiste una verità che non può essere messa in discussione, pena l’ostracismo.

La cosa ovviamente è esplosa senza controllo con la pandemia: bastava uno studio che rivelasse criticità o effetti non previsti dei vaccini per essere demonizzati come “no vax”, o anche solo analizzare in modo critico le curve dei contagi per diventare “negazionisti del virus”. Ma questa follia che sembra uscita da un 1984 riletto da un sociopatico, sembra voler raggiungere un nuovo step: mettere in discussione il metodo scientifico. O meglio, dire che il metodo scientifico in realtà non è il metodo scientifico. Sperimentare, raccogliere dati, analizzarli, verificarli, esporli alla comunità, aspettare che la tesi venga accettata o rifiutata, magari dopo che è stata accettata aspettare nuovi studi che confermino e amplino ciò che si è scoperto, ma anche studi che invece confutano quanto detto, accettarlo senza astio e in caso ribattere o ammettere l’errore (come fece un certo Hawking, più volte, senza mai essere considerato meno genio di quanto non lo fosse prima), creando quel dibattito e quel fermento che davvero fa progredire la scienza. Che in quanto tale è dinamica, continuamente confuta quanto prima era considerato assioma infallibile e continuamente crea nuovi assiomi infallibili che in futuro verranno confutati. È sempre stato così e sarà sempre così. Forse. Perché per qualcuno questo non è più considerato “scientifico”.

Puoi fare le prove che vuoi, aver analizzato i dati che vuoi, aver affrontato le controanalisi e controtesi dei più autorevoli organi scientifici, ma questo oramai non è più “scienza”. No, la scienza ora è superare il fact-checking di illustri sconosciuti, assolutamente a digiuno di qualunque studio scientifico, che però si sono auto proclamati guardiani della Verità. Che poi sono gli stessi che quando parlano di diritti e politica blaterano di “ritorno al Medio Evo” ma poi provano ad erigere una parodia di inquisizione. E se uno scienziato chiamato in causa dallo sconosciuto e non competente fact-checker rispondesse, come è normalissimo che sia, che lo studio ha già percorso tutte le tappe previste dal metodo scientifico per essere validato e che quindi non ha bisogno di “fact-checking”, ecco che viene messo all’indice come cialtrone.

Ma quale dittatura, è un talk show 

Un mondo alla rovescia che va sempre più verso una distopia farsesca, dove esiste una sola verità e dove esistono i suoi guardiani, dove la scienza non è più ricerca ma dogma religioso immutabile che non può ammettere dinamismo, critica e analisi. Ma che ha perso quell’aura di terribile dittatura o di autoritario terrore che potevano dargli un minimo di fascino, regalandoci una stanza 101 che più che sala di tortura e lavaggio del cervello assomiglia sempre più a un talk show rieducativo con Barbara D’Urso, Roberto Burioni, Enrico Mentana e i fact-checker di professione.

Carlomanno Adinolfi

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