Roma, 8 gen – “Non ero un guerriero, mi allenavo poco, accendevo spesso e volentieri una marlborina”. Questo il biglietto da visita postumo con cui Evaristo Beccalossi presenta sé stesso ricordando lo snodo cruciale della sua carriera da calciatore. E’ la primavera del 1978 e mentre in Italia si respira un’aria plumbea come non mai – a gennaio la strage di Acca Larenzia, successivamente gli omicidi Moro e Impastato – il pallone si impone come rito laico nazionalpopolare per eccellenza. In quei mesi così controversi l’osservatore interista Mario Mereghetti segnala a Sandrino Mazzola (appena passato dal campo alla scrivania) questo ragazzo del Brescia che dopo aver saltato cinque avversari si presenta tutto solo davanti al portiere calciando incredibilmente fuori.

Non è da questi particolari che si giudica un giocatore

Era così Driblossi, soprannome coniato dal “neologista sportivo” Gianni Brera. Capace di incendiare le folle con le sue giocate ma anche di assentarsi completamente irritando pubblico e – soprattutto – compagni. I quali, nelle giornate-no, lo sopportano con cristiana rassegnazione.

Come nel settembre 1982 in Coppa delle Coppe, quando a San Siro arriva lo Slovan Bratislava. Ci pensa – nel bene e nel male – il numero 10 interista ad accendere l’anonimo sedicesimo di finale. Atterrato in area da un difensore slovacco si presenta sul dischetto ma l’esecuzione a incrociare finisce lemme lemme a lato. Poco dopo è sempre il talento lombardo a guadagnarsi un secondo rigore, questa volta inducendo un avversario ad una mano galeotta. Beccalossi, ancora scoraggiato dall’errore di cinque minuti prima, vorrebbe farsi da parte ma i compagni insistono. Il tiratore interista non cambia angolo ma raddrizza solo la mira. L’estremo difensore intuisce e respinge il tiro verso quella che sembra una porta stregata. Errori tutto sommato indolori in quanto Spillo Altobelli e Antonio Sabato fisseranno il punteggio sul 2-0.

Per Becca il 1982 è – a suo modo – maledetto. Infatti, nell’anno dell’affermazione mondiale, per preservare il suo giocattolo (il quale, a dirla tutta, fino alla seconda fase a gironi rischiò di rompersi più volte) Bearzot opta per una delle esclusioni più discusse della storia. A vederla con gli occhi del calcio moderno sembra paradossale che un talento così puro non abbia mai indossato la maglia azzurra della nazionale maggiore.

Evaristo Beccalossi si prende derby e scudetto

Ma non sono tutte spine. Nella sua carriera il nostro Evaristo ha fatto molto più di una splendida rosa. E con un mancino del genere non poteva essere altrimenti. Andando sempre a ritroso il punto più alto è sicuramente la stagione 1979/80. E’ l’Inter del dodicesimo scudetto, quella in cui Oriali (“ci stiamo facendo il culo per te, vedi di inventarti qualcosa e di farci vincere”) e Marini faticano anche per il fantasista. Allenati da Bersellini i meneghini sono l’ultima squadra tutta italiana a vincere lo scudetto. Il sergente, che impone a tutti regole ferree – nell’alimentazione e durante gli allenamenti – ha però un (mezzo) occhio di riguardo verso l’illuminato sinistro del proprio centrocampista. Driblossi non solo in campo, ma anche con le regole.

E’ l’anno della doppietta al Milan nel derby passato alla storia come quello del “sono Evaristo, scusa se insisto”, frase a lui erroneamente attribuita. Il 28 ottobre la copiosa acqua scesa sul capoluogo ha inzuppato il manto del Meazza, non proprio il fondo ideale per chi è solito giocare col fioretto. Nonostante ciò – su azione d’angolo – il piattone del dieci trova lo spiraglio giusto per il vantaggio interista. Mentre San Siro – nonostante il tempo – ribolle, nel fango meneghino è ancora Evaristo Beccalossi a chiudere ogni contesa con un facile appoggio sul suggerimento della scheggia Muraro. Non le più belle, ma sicuramente le marcature più pesanti, proprio nella gara-manifesto di quel tricolore che dalla sponda rossonera del Naviglio inizia a prendere la via delle rive nerazzurre.

Una squadra operaia che per diventare grande non poteva prescindere dai colpi di genio del Becca. Perchè lui, per dirla con l’indimenticato Peppino Prisco, “non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui”.

Marco Battistini

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