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Roma, 5 set – Moses I. Finley, in La democrazia degli antichi e dei moderni (1972), sosteneva, a ragione, che “in Occidente, oggi, siamo tutti democratici”. Tutti o quasi concordiamo sul fatto che la democrazia, in ogni sua applicazione, sia la miglior forma di governo possibile. Ma cosa si intende oggi per “democrazia”? Può sembrare una domanda ingenua, eppure, non esiste unanimità nelle risposte: ciò basti affinché ognuno abbia di che riflettere.



V’è da dire, anzitutto, che il nostro Occidente della democrazia e delle democrazie rappresenta una novità straordinaria rispetto alla situazione prevalente fino a non più di centocinquanta o duecento anni fa. Tale cambiamento è stato possibile, principalmente, per due ragioni. In primo luogo, per un radicale ridimensionamento della partecipazione popolare alla politica attiva rispetto alla tradizionale concezione greca (ossia governo del demos, del popolo). In secondo luogo, per l’affermarsi di una teoria della democrazia che avvalora e giustifica tale ridimensionamento.

Democrazia: elitismo o partecipazione?

La teoria in questione, conosciuta nel mondo anglosassone come teoria “elitista”, cominciò a diffondersi all’inizio del secolo scorso grazie al contributo degli italiani Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e del tedesco Roberto Michels. Essa sosteneva (e ancora sostiene) che la democrazia moderna può funzionare e mantenersi solo come un’oligarchia de facto, composta da burocrati, tecnici esperti e politici professionisti. La partecipazione popolare dev’esserci solo in occasione delle elezioni. Infine, gli “elitisti” concordavano (e ancora concordano) sul fatto che una sorta di apatia politica da parte della maggioranza dei cittadini è segno di “buona salute” della democrazia stessa. In altre parole, a un alto tasso di disinteresse politico da parte dei cittadini, corrisponde un’ampia libertà per l’élite in carica di prendere decisioni che saranno, visto il disinteresse iniziale, tollerate più facilmente.

Dello stesso avviso non erano di certo gli ateniesi dei secoli V e IV a.C. La democrazia classica, infatti, prevedeva la partecipazione diretta dei cittadini all’assunzione delle decisioni politiche e la rotazione delle cariche pubbliche, distribuite per sorteggio. Tucidide, uno dei maggiori storici dell’antichità, fa parlare Pericle in questi termini: “Un uomo può contemporaneamente curare i propri affari e quelli dello Stato. Consideriamo chiunque non partecipa alla vita del cittadino non come uno che bada ai propri affari, ma come un individuo inutile”. Tutt’altra storia rispetto alla sana apatia celebrata dagli elitisti. Verrebbe da chiedersi, a questo punto, quale sistema democratico sia preferibile. Tale interrogativo si è posto più volte nel corso della storia.

Rivolgere lo sguardo al passato

Al di là dei giudizi di valore, si può dire, da una parte, che i due modelli democratici raccontano di esperienze esplicatesi in contesti storici troppo diversi e troppo distanti per poter essere messi a confronto. Eppure, se si guarda alla nostra storia, di democrazia se ne può concretamente parlare solo per l’Atene di duemilacinquecento anni fa e per l’Occidente contemporaneo, a partire dalla Rivoluzione americana. Nonostante la palese distanza che ci separa dagli antichi, i loro valori e i loro problemi possono ancora essere i nostri. Basti pensare, in quanto a problemi, alla demagogia. Di demagoghi, i greci ne avevano da buttar via. E noi pure.

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Ancora una volta è evidente quanto sia necessario, per rispondere all’apparentemente semplice domanda “cos’è la democrazia?”, rivolgere lo sguardo indietro, alle nostre origini. Ebbene, ciò è ancor più necessario oggi. Specie in un Occidente in cui, per molti presuntuosi, il 2021 rappresenta di per sé un traguardo della civiltà democratica, solo perché troppo diffusa la balzana idea che il passato non ha, ormai, più niente da dirci.

Melania Acerbi

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