Roma, 28 gen – Il 28 gennaio 2022 trascorrono cinquant’anni dalla morte di uno dei più grandi scrittori del Novecento: Dino Buzzati Traverso. Nato nel 1906 a San Pellegrino, alle porte di Belluno, successivamente si trasferì a Milano con la famiglia. Il padre era professore di Diritto internazionale all’Università di Pavia, dove in seguito  divenne insegnante il figlio: Adriano Buzzati. La strada che scelse Dino fu quella del mondo letterario, anche se il primo amore fu quello per il violino che il padre gli aveva regalato per il suo nono compleanno. La passione per la musica lasciò il posto all’amore per la letteratura, per il giornalismo e per la pittura. La sua prima opera letteraria uscì nel 1933, con il titolo: Barnabo delle montagne. Dino Buzzati non dovette attendere molto per essere conosciuto.

Dino Buzzati e quel capolavoro da rileggere

Lavorò al Corriere della Sera, nella cui redazione entrò nel 1928: un posto davvero prestigioso per un giovane di appena 22 anni, se consideriamo che nella stessa redazione lavoravano i più grandi intellettuali di quel periodo.  Nella antologia per le scuole medie redatta da Vigorelli-Romani nel 1942 troviamo alcune sue pagine che scrisse come inviato negli incrociatori “Fiume” e “Trieste” per il Corriere della Sera. Nello stesso libro è riportato uno scritto su di lui. “Dino Buzzati è un nostro giovane narratore. Il suo terzo romanzo “Il Deserto Dei Tartari, Rizzoli Milano 1940, è stato riconosciuto come uno dei migliori di questi ultimi anni. Qui leggerai invece un suo servizio di guerra – una ‘umile cronaca’ (come a lui è piaciuto definirla) d’una sortita navale. Pochi articoli di guerra sono stati scritti con la sincerità e l’onestà di questo. Ogni tanto infatti il Buzzati sospende la narrazione come a chiedersi con scrupolo se tutto quel che ha detto è vero; poi riprende, e va a scoprire schiettamente i giusti timori e i generosi ardimenti del soldato. Ancora una volta il soldato è salutato nella sua qualità più alta: la civile umanità italiana”.

Tuffarsi in acqua

Nel libro che molti ragazzi di allora avevano in dotazione appariva una cronaca molto dettagliata sulla guerra, scritta in modo schietto come era il suo stile. A distanza di cinquant’anni Dino Buzzati non è uno scrittore molto studiato a scuola o letto dai giovani, poco inclini alla riflessione e alla solitudine che possono dare le sue pagine. Quelli della mia generazione lo lessero e lo amarono, considerandolo una persona che aveva saputo ricostruire un mondo che sarebbe andato perduto per sempre.

L’incanto dello scrittore può essere rispecchiato anche da poche righe che ho trovato in un suo racconto, tratto dal libro Sessanta racconti una favola che fa riflettere specialmente in questi tempi difficili. “I Santi hanno ciascuno una casetta lungo la riva con un balcone che guarda l’oceano e quell’oceano è Dio. D’estate, quando fa caldo, per refrigerio essi si tuffano nelle fresche acque e quelle acque sono Dio”. Fu uno scrittore cattolico che cercava sempre Dio, quel legame forte che fa bene allo spirito e alla vita. Ecco che allora tornano i segni dell’uomo del tempo, contraddistinti dall’amore per Dio, per la Patria e per la famiglia. Non ci sono molti scrittori che hanno la stessa tempra che aveva avuto negli anni Dino Buzzati.

Dalla montagna al deserto, avvolti nel silenzio

Seppe scrivere della bellezza della natura, del suo legame con la montagna e il deserto che hanno in comune le stesse caratteristiche, cioè il silenzio, la solitudine e il mistero. Nel libro Incontri in libreria di Francesco Grisi si racconta del libro di Buzzati Il deserto dei Tartari: “L’uomo è solo, ma non è in solitudine, perché vive, palpita e muore nel suo destino, e la solitudine di Kafka è vinta da questo senso arcano dell’attesa. Il tempo accarezzando, e ingigantendo l’attesa accompagna il cammino: fluisce silenzioso e solenne nelle profondità segrete dell’universo e nelle nostalgiche rive che avvolgono, nella luce dolcissima dell’alba, l’umanità. Ne ‘Il Deserto dei  Tartari’, ad esempio, il tempo pur schematizzandosi in anni e stagioni, è un respiro eterno e l’eroe, il tenente Drogo, più che subirlo lo filtra nelle sue speranze e lo gusta nelle sue illusioni. Ugualmente il simbolo con i suoi derivati  si illumina di  valore emblematico nell’attesa. L’uomo, in Buzzati, è il simbolo perché non recita una sequela unicamente legata al suo individuale destino, ma é impegnato in passioni…”

La morte come riscatto di una vita vanagloriosa

Il tenente Drogo non poté assistere all’assalto della fortezza che tanto aveva sognato, perché essendo stata declassata a caserma di confine, ne fu allontanato. Anziché morire combattendo, finì gli ultimi giorni della sua vita consumato dalla malattia e dagli anni. Il tema della morte si pone come determinante alla fine del romanzo, come riscatto di una vita vuota e vanagloriosa. Quello che mette in evidenza Dino Buzzati nell’opera è lo stesso che sostenne un soldato alla fine della Grande Guerra: “La cosa più importante che riportai dalla mia esperienza militare era il forte legame cameratesco che c’era tra di noi, lo spirito di corpo che ci univa”. Nella rivista Fantastico quotidiano n. 13 del 2018, Enrico Rulli scrisse: “Lo scrittore risultava essere stato iscritto al Partito Fascista, come molti intellettuali della sua generazione, ma a differenza di altri non aveva mai fatto pubblica abiura di quella sua appartenenza. Inoltre, era indubbio il fascino che provava per il mito, declinato in diverse forme: la guerra (specialmente quella navale), la montagna, il soprannaturale, le grandi personalità del suo tempo”.

Poche ore prima che lo scrittore entrasse in coma, ricevette la visita, richiesta d’urgenza, del cardinale Giovanni Colombo che s’intrattenne nella stanza d’ospedale per cinque minuti. La moglie quando rientrò, lo ritrovò sereno. Non si può parlare di conversione all’ultimo momento, perché Buzzati era stato cristiano durante tutta la sua esistenza, se si considera fede la sua incessante ricerca di senso nelle sue opere e nella sua vita, e l’ansia per la ricerca dell’assoluto. La moglie asseriva che Buzzati credeva in Dio e di questo era certo anche Paolo VI, con cui aveva instaurato una grande amicizia e lo aveva convinto a sposarla. Prima della morte, che avvenne il 28 gennaio 1972, a Milano chiese di baciare un crocifisso.

Emilio Del Bel Belluz

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta