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Roma, 11 set – Roma, interno giorno. Anno domini 2012. A tavola si disquisisce del più e del meno, e si arriva a parlare del fenomeno Chiara Ferragni. Tutti noi, ragazzi medi con medio livello culturale e qualche forma di educazione politica, concordiamo sul fatto che sia un esempio di stupidità su larga scala. Poi qualcuno (una donna), si erge a difenderla e ci dice: “Intanto lei si è inventata un mestiere, e poi a te se lei fa successo fotografandosi e indossando vestiti cosa ti cambia? A chi fa male?”. Ammetto, onestamente, che lì per lì non ebbi la risposta pronta.

 

Siamo nel 2020, un ragazzo è morto in seguito ad un brutale pestaggio a Colleferro. Si chiama Willy Monteiro Duarte, è di origini capoverdiane: è nero. I presunti assassini sono invece dei bulli di paese tatuati, probabilmente cocainomani, e abitualmente dediti alla violenza. “Qualcuno” dalla stampa parla di razzismo, come se non vedesse l’ora di avere un caso George Floyd tutto nostro; la questura e le ricostruzioni smentiscono questa ricostruzione. Willy è intervenuto per difendere un suo amico, e ci ha rimesso le penne. In un mondo ideale le cose potrebbero finire così. Invece siamo (anche) nel mondo di Chiara Ferragni. Due giorni fa, l’insalata bionda di Cremona pubblica sul suo account Instagram da 20 milioni di follower una storia. Condivide (anche idealmente) una interpretazione raffazzonata dell’omicidio, parla genericamente di “cancellare la cultura fascista”, dei presunti assassini come di “4 fasci” e via dicendo. Le reazioni sono di giubilo per i millennials cresciuti a pane, Netflix e epos Black lives matter, la Ferragni viene rivalutata anche a sinistra. Qualcuno, invece, alza timidamente la manina e dice: “Ragazzi, ma dove sta il movente del razzismo? In virtù di quale elemento la Ferragni sostiene questa tesi?”.

La Ferragni torna sulla questione Colleferro 

E si sa, i social sono popolati di bestie che vogliono solo sentirsi dare ragione. Alla Ferragni sarà arrivata una valanga di insulti oltre che di apprezzamenti; ma a questo lei dovrebbe esserci abituata. Oggi la Ferragni torna sul punto e scrive di suo pugno su Instagram. E lo fa per lamentarsi: “Riposto un pensiero coraggioso (con cui concordo) di una ragazza sulle mie stories di Instagram riguardanti il modo in cui la stampa tratta un brutale omicidio e questo cosa provoca?” scrive l’influencer  “un dibattito politico inutile, in cui ancora una volte le parole vengono strumentalizzate ed il problema principale sembra essere scoprire il mio credo politico”.

“Qualsiasi espediente è buono per fare polemica per la stampa” scrive ancora l’insalata bionda  “che usa sempre questi spunti per trarre conclusioni (nella maggior parte molto lontane da ciò che è stato scritto) senza informarsi e soprattutto senza INFORMARE a dovere“. “Cosa mi rattrista di tutto questo?” chiosa la signora Fedez “che ancora una volta venga spostato il focus di un crimine orrendo e venga spesa molta più energia nell’andare contro o a favore di una persona piuttosto che analizzare a fondo i problemi della nostra società”. Dello stesso avviso Fedez, che tra una marchetta e l’altra a delle creme antirughe trova il tempo per giustificare in modo emozionale la cazzata fatta: “Io e mia moglie colpevoli di aver espresso un pensiero in maniera civile”. Perché nel mondo di Fedez solo l’educazione è un valore, non conta cosa dici, se lo dici “in maniera civile”. Bravo Fedez: le mamme applaudono, le donne vincono ancora.

La Ferragni non è più Diavoletta87, ha 33 anni e un figlio. Lei e suo marito sono un’industria che cammina. Eppure il suo primo istinto, di fronte alle reazioni piccate della stampa che commenta la sua improvvida scesa in campo contro il fascismo di cui invoca la “cancellazione”, è quello di sbattere i piedi in terra e fare i capricci ancor prima di comprendere e ascoltare. Non è lei che ha fatto il passo più lungo della gamba, sono gli altri che sono cattivi e interpretano male. Non è lei che ha sentenziato su argomenti che non sa sostenere, è il mondo che è crudele e sposta ‘il focus’ su di lei, povera dolce mamma che vuole solo la pace nel mondo. E il marito non è da meno. Le critiche non hanno spazio nel mondo dorato degli influencer; essi pensano davvero di avere gli strumenti per discettare di vestiti come di politica o cronaca, ma questo diritto non cade dal cielo e non si conquista con i like. E grazie a Dio c’è ancora qualcuno che si permette di criticarli.

Cosa dice la Ferragni a 20 milioni di follower

“A te cosa ti cambia?” se la Ferragni diventa famosa sulla scorta della totale assenza di contenuti? Niente, ma se la signora Fedez (che ha scoperto di avere una coscienza politica da quando sta col rapper, del prima non si hanno notizie) ora punta a brandizzarsi puntando sulle parole chiave “fascismo”, “razzismo” e via dicendo, qualche cosa da dire c’è, perché si rivolge a una platea di 20 milioni di follower. Ed è evidente, in modo deprimente, che non è in grado di interpretare per bene un testo che lei stessa condivide. Lei ha spostato il focus dalla tragica fine di Willy ai “4 fasci”. Lei si è presa lodi e critiche, non Willy. Ha dato l’esempio di cosa succede a far diventare famose le persone ignoranti: non diventano degne di pontificare su qualsiasi cosa solo perché sono famose, fanno soldi a palate e sembrano condurre una vita apparentemente perfetta, tra l’attico al Bosco Verticale, le raccolte fondi per il San Raffaele e il figlio da confezione Kinder.

Non è necessario avere un’opinione quando il tuo intero indotto si è basato sull’immagine, non è il dovere degli influencer assumersi nessuna di queste responsabilità. La pretesa che tutto possa passare da una piattaforma basata sull’immagine può divenire dannosa nel momento in cui degli sciocchi proclami pseudo-politici vanno ad influenzare milioni di caciottare basic che idolatrano la Ferragni come un dio pagano. Perché? Perché lei “ce l’ha fatta”. E farcela è tutto, ora come ora, non importa in cosa. Anche se parliamo di una donna che non è neanche in grado di tenere il punto: si interpreta tutto in chiave emotiva, come degli eterni adolescenti. Ci si offende, e si passa oltre. Con buona pace di Willy e dei processi sommari sui social. Quindi si, se le Ferragni diventano famose, qualcosa “mi” cambia. Cambia a tutti noi.

Nadia Vandelli

12 Commenti

  1. Ottima disamina, la condivido in toto. L’unica cosa che mi ha lasciato sgomento è, l’apprendere, che questa Ferragni abbia 20 milioni di followers. In Italia siamo 60 milioni, supponendo che la quasi totalità dei seguaci siano nostrani, (non credo che fuori dai confini nazionali possa avere largo seguito), vuol dire che un terzo dei mie connazionali segue questa tizia! Inutile, poi, stupirsi della deriva del nostro Paese, abbiamo, veramente, toccato il fondo….

    • La signora in questione ha definito l’Italia un paese di merda. Effettivamente deve essere un paese di merda, un paese che ha consentito a una sciaquetta da bar di arricchirsi, di vendirci le sue pacchianerie a prezzi esorbitanti. Un paese di merda che l’innalzata a regina dell’effimero e del trash insieme al caro maritino. Un paese di merda che conta 20 milioni di deficienti mentali che pendeno dalle sue labbra!
      Cara Chiara Merdagni, da questo paese di merda l’ha invito pacatamente ad andare a fanculo.

  2. Pensavo di trovare nell’ articolo il dato fondamentale che uno dei presunti killer del ragazzo capoverdiano non solo non fosse di destra ma fosse un fan di Fedez, come è stato riportato su altri siti online.

  3. Un discorso ispirato da luoghi comuni travestiti da contenuti culturali e politici senza un capo ed una fine. Peccato, l argomento meritava di più ma la sua complessità ne rende difficile la dissertazione in poche righe.
    Sicuramente i social stanno cambiando profondamente la nostra società come la confusa riflessione della giornalista sul punto tra problemi di razzismo e fascismo e quelli della informazione e comunicazione purtroppo ampiamente dimostra.

  4. Non sono ‘follower’ di nessuno e troverei più utile navigare nel web alla ricerca di notizie sulle barbabietole che leggere parole di filosofi / tuttologhi / politologhi / pozzi di scienza e sapienza improvvisati.
    Gira molta più saggezza dal mio macellaio.

  5. Ha ragione, ovviamente. Inoltre la cultura citata non è un fantasma in Italia, è viva e vegeta. Quindi si affermazione uscita male, ma non distante dalla realtà. Siate onesti oltre che dei fa meravigliosi giudici da tastiera.

    • Cara o caro Iras! (Non si capisce se sei maschio o femmina, ma magari come si dice oggi, sei “gender neutral”)
      Ecco che le risponde “il leone da tastiera”, altra vostra citazione semicolta, perchè lei e le mandrie che pensano come lei, non odiano mai, non sono mai violente anche solo verbalmente. Siete degli angeli asessuati, in procinto di santità laica, femminista, anti razzista.
      Ora giustamente come dice lei, e la sua Madonna idolatrata Chiara Merdagni, bisogna combattere la “cultura fascista”, cioè chi non ha accetta di diventare la meravigliosa appendice d’Africa e dell’Asia, di non convivere coi quei straordinari geni della melanina scura (anche se stranamente non me ne viene in mente uno). Chi non accetta con gioia “I diversi” “i deboli” e non si prosta lacrimevolmente a leccare le loro piaghe. Chi non accetta le 21 perv… ops, volevo dire orientamenti sessuali diversi, oltre la fascistissima eterosessualità. Non parliamo poi dei maschietti beceri che ancora usano il fascistissimo testosterone. E magari, con grande orrore, non mettono gli smalti gialli sulle unghie come il maritino della Merdagni
      Dunque per combatte questa “cultura fascista” occorre una rieducazione civile e morale, perciò bisogna:
      a) Accogliere un bel pezzo d’Africa, e ai neri-pakistani-arabi, offrigli come risarcimento storico, pari opportunità.. , perdon volevo dire, offrigli tutto. A discapito di tutto.
      b) Dare a costoro armi, incitarli alla rivolta contro la società “di merda, razzista, ecc.”
      Far dare loro sfogo, al loro odio “giustificato” anche qui come risarcimento storico. Se poi muore qualcuno, pazienza. Noi siamo solo bianchi “fascisti, razzisti, sessisti”
      c) Nei confronti delle donne ci dobbiamo porre come dei meravigliosi chihuahua da riporto.
      Truccarci con rossetto e smalti gialli come il maritino della Madonna
      E per essere ancora più civile, noi maschietti dobbiamo praticare un’evirazione civile e anche fisica (perchè no?)
      d) Per ultimo, per impedire un nuovo Olocausto e costruire un mondo civile e in pace, siamo noi bianchi a dover entrare nelle camere a gas. Come giusta punizione per la storia.
      Sarà che questa cultura civile e rigeneratrice mi sembra oggi un tantino più pericolosa, della citata “cultura fascista”. Sarà, ma forse sono un analfabeta funzionale, che pensavo che il fascismo fosse morto 75 anni fa?
      Ma forse sarò io che sarò un fascista asintomatico. O forse sono solo un ragionevole asintomatico.
      Saluti, cara/o Iras! Con (Dis)Stima:
      P.S.: Meglio essere un leone che essere una bestia, una larva, un viscido, un pidocchio come lei e chi la pensa come lei!

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