Roma, 21 nov – A trecentosettant’anni dalla prima pubblicazione, il Leviatano di Thomas Hobbes rivela, ancora una volta, la sua straordinaria attualità. Se si osserva oggi lo stato pietoso in cui versa la civiltà occidentale, lacerata da profonde fratture e percorsa da incalcolabili tensioni, non si può non rendersi conto, già a un primo e distratto sguardo, che una certa natura, assai violenta, sembra farsi strada indisturbata tra gli uomini. Si ha la sensazione che tale natura, guerrafondaia e votata alla diffidenza, non sia una novità o una grottesca storpiatura dell’animo altrimenti gentile degli esseri umani. Bensì una parte fondante di esso che, a seconda delle circostanze, salta fuori come fa il pagliaccio a molla dalla scatola a pois.



Lo “stato di natura” o “stato di guerra”

L’effetto sorpresa, però, non deve trovarci impreparati e non deve spaventarci, se non si vuole correre il rischio di negare la realtà perché diversa da come ce la eravamo raccontata. Spiace ammetterlo, ma la verità è quella che è, non quella che si vorrebbe fosse. In maniera cristallina, Thomas Hobbes, provocatorio com’era, descriveva già nel 1651 certa bassezza umana, definendola “stato di natura” o “stato di guerra”. Rimane difficile dargli torto, guardandosi intorno.

Attenzione, però. Per “stato di natura” Hobbes non intendeva, banalmente, un immaginato passato pre-sociale in cui gli uomini, poco più che selvaggi, cercavano di sopravvivere in attesa di giungere, attraverso l’uso della ragione, alla comune conclusione che, forse, sarebbe stato più vantaggioso e sicuro per tutti convivere all’interno di una comunità regolamentata. Hobbes aveva ragione nella misura in cui sosteneva che una società dotata di leggi ispirate a un condiviso codice morale e valoriale, si tramuta in stato di natura (o di guerra) quando queste ultime vengono, per qualche motivo, a mancare. In altre parole, uomini perfettamente “civilizzati” si trasformerebbero, in men che non si dica, in individui pericolosi e spietati, qualora venissero privati delle leggi e degli organi atti a farle rispettare.

Detto ciò, la mancanza di leggi non è certo un problema del nostro tempo. Di leggi ve ne sono sin troppe. Il nostro problema è, semmai, più grave. Un Leviatano post-rivoluzionario pare essersi imposto autonomamente e senza alcun consenso a dettare le regole di un nuovo ordine presentato come necessario e irrimandabile. Spezzando, così, quei legami che tenevano insieme il nostro popolo e i popoli occidentali tra loro. Il popolo e i popoli sono adesso divisi più che mai tra coloro che appoggiano il neo-statalismo votato al politicamente corretto e garante di una leviatanica sicurezza, e coloro che, invece, si oppongono a tale imposizione. La tensione è alta e gli animi sembrano scaldarsi.

Cosa aveva visto Hobbes

Homo homini lupus, dunque? La risposta è sì, se gli eventi lo richiedono o lo permettono. Se credessimo alla favola del buon selvaggio, non avremmo bisogno di munire le porte delle nostre case di meccanismi anti-intrusione; se nutrissimo una totale fiducia nella bontà degli altri esseri umani, non avremmo bisogno di leggi a tutela della vita e che prevedono severe punizioni per l’omicida. Questo non vuol dire che gli uomini siano tutti violenti o sempre violenti. Si tratta, semplicemente, di riconoscere l’esistenza della brutalità come parte della natura umana stessa. Hobbes lo sapeva bene. Egli maturò la sua dura e, per molti, antipatica teoria sulla natura umana a partire dall’osservazione della società inglese della metà del secolo XVII. Le sue opere più note, il Leviatano e il Behemoth, videro la luce proprio in quegli anni sanguinosi che hanno segnato uno dei momenti più critici della storia nazionale inglese.

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Erano gli anni della Great Rebellion o Civil War, a seconda dei punti di vista. Per dirne una, Re Carlo vi perse la testa, letteralmente, dopo esser stato processato per “tirannia”. Un fatto mai avvenuto prima e che toglie il primato ai rivoluzionari francesi con le loro ghigliottine. La guerra civile inglese toglie il primato ai francesi anche in un altro senso: i cosiddetti “roundheads” (le “teste rotonde”) capeggiati dal noto “Lord Protettore dell’Inghilterra” Oliver Cromwell, miravano a seppellire quel che, un secolo e mezzo più tardi, sarà noto come “ancien régime”, per sostituirlo con un era nuova fatta di nuovi uomini: i puritani, cioè gli “uomini puri (e migliori degli altri)”. Il puritanesimo, nato dal protestantesimo calvinista con l’obiettivo di “purificare” la Chiesa e “liberare” la società da ogni elemento non previsto dalle Sacre Scritture, finì in Inghilterra con i patiboli. E con la dittatura di Cromwell stesso.

Il nuovo puritanesimo si chiama progressismo

Senza scadere nel semplicismo, basta avere un po’ di familiarità con la storia per riconoscere un certo atteggiamento puritano come base di ogni “progressismo”. Invero anche di una parte dei totalitarismi. Pensiamo, per esempio, all’esperienza dei giacobini che si ritenevano i detentori dell’unica idea accettabile di giustizia, slegata da ogni tradizione e celebrata come liberatoria. E però assolutamente compatibile con la ghigliottina. Pensiamo ai bolscevichi e alle drammatiche conseguenze scaturite dalla loro “giusta” dittatura. Infine, pensiamo al nostrano progressismo che divide gli uomini secondo criteri di giudizio stabiliti dal tribunale del progresso, autoproclamatosi custode del bene e del male e del nuovo e totalitario concetto di giustizia sociale. La differenza tra il progressismo odierno e quelli passati sta nel fatto che oggi esso è promosso e imposto dall’alto. Tant’è che non si è assistito (e forse non assisteremo mai) a una rivoluzione popolare affinché si affermi.

L’ordine è stato sovvertito da chi l’ordine avrebbe dovuto mantenerlo, generando, in maniera del tutto funzionale, quel clima teso da stato di guerra. O, per dirla con Hobbes, da stato di natura. Resta da decidere, a mente fredda, chi sia il vero “tiranno” da decapitare.

Melania Acerbi

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