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Le parole e le cose: tra Dugin, De Benoist e il nominalismo

by Adriano Scianca
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nominalismo

Nel suo ultimo libro tradotto in italiano, e intitolato Contro il Grande reset: manifesto del Grande risveglio (Aga), il filosofo russo Aleksandr Dugin traccia «una breve storia dell’ideologia liberale» che ha «il globalismo come culmine», partendo da un concetto che ai lettori digiuni di filosofia dirà poco: il nominalismo.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di maggio 2022

Che cos’è il nominalismo?

Qualche reminiscenza liceale aiuterà a inquadrare il problema. Bisogna risalire alla quaestio de universalibus, una controversia filosofica dibattuta dai teologi tra il XII e il XIV secolo e ruotante attorno alla questione se i generi e le specie fossero solo realtà mentali, oppure avessero una realtà oggettiva al di fuori della mente. Se i realisti sostenevano la realtà delle categorie generali, i nominalisti, tra cui Guglielmo da Ockham, ritenevano che esistessero realmente solo gli enti particolari, mentre tutti i termini universali non erano altro che puri nomi.

Nei secoli successivi, il dibattito sarebbe stato riaperto molte volte con terminologie diverse, fino ad arrivare all’ultima vera battaglia filosofica cui abbiamo assistito, quella sul «nuovo realismo», lanciato qualche anno fa da Maurizio Ferraris e finita ovviamente con reciproche accuse di fascismo e «populismo». Ma in che modo questa disputa filosofica avrebbe a che fare con i problemi del mondo attuale? Per Dugin, «il “nominalismo” pose le basi del futuro liberalismo, sia ideologicamente che economicamente. Qui gli esseri umani vengono considerati unicamente alla stregua di individui, venendo prescritta l’abolizione di tutte le forme di identità collettiva (religione, classe, ecc.). Allo stesso modo, la cosa in sé viene vista come proprietà privata assoluta, come una realtà concreta e distinta che può essere facilmente attribuita come bene di questo o quel proprietario individuale».

Leggi anche: Etnosociologia: Dugin alla ricerca dell’ethnos occulto

Dugin, Mohler e De Benoist

Non è tuttavia la prima volta che il mondo delle idee non conformiste attinge a questo dibattito per leggere la contemporaneità: nell’estate del 1979, infatti, il numero 33 di Nouvelle École, rivista dottrinaria della nuova destra francese, veniva già dedicato all’«idea nominalista». Si tratta di un riferimento che Dugin, buon conoscitore della nouvelle droite, verosimilmente ha ben presente. Il punto è che, all’epoca, Nouvelle École rivendicava un approccio francamente ed entusiasticamente nominalista per opporsi a un sistema politico e filosofico che ha più di un punto di tangenza con il nemico designato di Dugin. Ma quindi, per opporci al liberalismo e al mondialismo, dobbiamo essere nominalisti o realisti? 

Il dossier nominalista di Nouvelle École si basava sui saggi Le tournant nominaliste: un essai de clarification, di Armin Mohler, e Fondements nominalistes d’une attitude devant la vie, di Alain de Benoist, quest’ultimo tradotto nella rivista L’Uomo libero e raccolto anche in Le idee a posto. Nel suo intervento, Mohler spiegava che «tutta la disputa tra universalismo e nominalismo è nata dal fatto che l’universalista non può resistere alla tentazione di riferire i suoi atti a questa coincidenza di pensiero e realtà; quando agisce, egli non lo fa affatto a suo nome, o a nome della sua famiglia, della sua etnia, della sua nazione o di qualche altra forma di finitezza umana – no, egli lo fa a nome dell’“insieme”, dell’ordine universale». Al contrario, proseguiva, «il nominalismo sostituisce alle…

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