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Dopo i tragici fatti di ieri, seguiti allo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, pubblichiamo un articolo contenuto nel numero di gennaio 2018 del mensile Il Primato Nazionale, che analizza le cause profonde dell’annoso problema di una città che non sembra trovare pace [IPN]
Sfolgorano lampi, sul cielo di Gerusalemme, e voragini di fuoco divorano gli uomini e le loro speranze, ma non sono i riverberi dell’ennesima guerra mediorientale. Luogo di fiamme, di presenze ribollenti e di oscuri presagi è sempre apparsa quella terra ai romani, che più volte, nel corso della loro storia, ebbero a che fare con eventi sovrannaturali legati a questo centro politico e sacrale. Un carico spirituale decisamente inquietante, per quella che, già dal nome, dovrebbe essere «città della pace». Il nome ebraico Yerushalàim contiene infatti un riferimento all’ebraico shalòm, «pace», che corrisponde all’arabo salàm. Filone d’Alessandria dà al nome di Gerusalemme il significato di «visione di pace», mentre i testi assiro-babilonesi la chiamano Urusalim, «città di pace». E tuttavia, mai etimologia e storia imboccarono strade tanto divergenti. Eric Cline, nel suo Gerusalemme assediata, ha contato, in quattromila anni, almeno 118 conflitti che si sono verificati nella «città di pace». Gerusalemme è stata completamente distrutta almeno due volte, assediata ventitré volte, attaccata altre cinquantadue volte, conquistata e riconquistata quarantaquattro volte. È stata teatro di venti rivolte e per almeno cinque periodi è stata segnata da violenti attacchi terroristici. Il tutto per una città di per sé insignificante, distante dai principali porti, fuori dalle rotte mercantili, posta al margine di un arido deserto.
LA CITTÀ DIVISA
Passano i secoli, trascorrono i millenni, ma Gerusalemme ancora brucia. Stavolta a causa del Jerusalem Embassy Act, votato dal Congresso degli Stati Uniti il 23 ottobre 1995, ma la cui esecuzione è stata sempre rinviata da tre presidenti americani. Non da Donald Trump, che ha ufficialmente comunicato che trasferirà l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme. Una decisione apparentemente banale, ma che ha fatto piombare nel caos tutta l’area. L’armistizio firmato dopo la prima guerra arabo-israeliana, nel 1948, prevedeva che Israele si tenesse la parte ovest della città, mentre la Giordania mantenesse il controllo della parte est della città, quella palestinese, tuttora abitata in prevalenza da arabi. Nel 1967, tuttavia, al termine della Guerra dei sei giorni, Israele conquistò diversi territori fra cui Gerusalemme est, di cui ancora oggi mantiene il controllo militare. Nel 1980, il parlamento israeliano ha approvato una Legge fondamentale che proclama Gerusalemme la capitale ufficiale dello Stato. L’Anp, dal canto suo, designa Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato palestinese. La risoluzione Onu non vincolante n. 478 del 1980 ha invece dichiarato la Legge fondamentale israeliana del 1980 «nulla e priva di valore legale, e da ritirarsi immediatamente». Tutti gli Stati sono stati invitati a spostare le proprie sedi diplomatiche a Tel Aviv, cosa che peraltro hanno fatto. Fino a oggi.
UN GOLPE NEOCON
Perché Trump, fattosi eleggere al grido di «America First» e con un programma quanto mai isolazionista, ha deciso di gettare benzina sulla brace mediorientale? Il «golpe» neocon avvenuto all’interno della presidenza potrebbe spiegare tante cose. Intanto gli estremisti protestanti ed ebrei esultano. «Quello che ha fatto è stato un enorme passo avanti nella costruzione del Terzo Tempio», ha detto a caldo Asaf Fried, portavoce ufficiale del United Temple Movement. Una strana alleanza, quella tra fondamentalisti protestanti e falchi sionisti, che tuttavia in America non è affatto inusuale. Secondo un sondaggio realizzato nel 2013 dal Pew Research Center, i «white evangelical» americani sono più fedeli a Israele degli stessi ebrei americani. Alla domanda se l’Israele di oggi vada identificato con la terra data da Dio al popolo ebraico, l’82% degli evangelici ha risposto di sì, contro il 52% degli ebrei che si dichiarano religiosi.
Tanto fervore si basa, per l’appunto, sul tema messianico del Terzo Tempio. Come noto, la storia ebraica è scandita dalle due distruzioni del Tempio: quella del 28 agosto del 70 d.C., per mano romana, e quella del Tempio di Salomone per mano babilonese, che la leggenda vuole avvenuta nella stessa data oltre 650 anni prima. La costruzione del Terzo Tempio non è però un auspicio puramente storico, profano, architettonico. Il tema è infatti legato alla visione della Gerusalemme celeste, che per gli ebrei coinciderà con la restaurazione della Gerusalemme storica e del suo Tempio, mentre per il mondo cristiano rappresenta il compimento escatologico con la seconda venuta di Cristo (da qui il convergere delle aspettative messianiche di evangelisti ed ebrei americani, anche se tradizionalmente i cristiani intendono il Terzo Tempio in senso spirituale e non materiale). Non è un caso se la Bibbia, che pure non cessa di maledire le città, monumento all’orgoglio umano, faccia eccezione per la sola Gerusalemme, che è in realtà una città metafisica, il contrario delle altre città umane. Lo spostamento d’asse da Tel Aviv a Gerusalemme, del resto, rappresenta per lo stato ebraico una decisa virata verso il fondamentalismo: da una parte la città laica e cosmopolita, fondata nel 1909, dall’altra le antichissime pietre della città santa millenaria, gravide di sangue e storia.
COMPLICI DI DIO
Ma chi costruirà questo terzo santuario? Alcune fonti dicono che scenderà dai cieli, poiché Dio stesso lo costruirà e l’edificio sarà eterno a differenza dei due che lo hanno preceduto. Altri, e sono sempre di più, sostengono, invece, che sarà l’uomo a costruire il Terzo Tempio. Quest’ultima interpretazione sembra particolarmente dominante fra i seguaci di Chabad-Lubavitch, ramificazione dell’ebraismo chassidico che trova ampi consensi in certo cristianesimo evangelico e a cui sembrerebbe legato Jared Kushner, senior advisor di Trump nonché marito della figlia Ivanka. Secondo i Lubavitcher, quindi, almeno l’inizio della costruzione del Terzo Tempio starebbe all’azione umana, lasciando a Dio l’edificazione della sola parte superiore.
Che questa visione apocalittica in cui l’uomo deve accelerare la fine dei tempi abbia influito sulla decisione dell’inquilino della Casa Bianca? Non si è mai sicuri di nulla, quando c’è di mezzo Trump. Sappiamo però che milioni di americani sognano la ricostruzione del Tempio perché credono che innescherà conflitti apocalittici, la venuta dell’Anticristo e la vittoria finale del «Regno di Dio». L’unico problema, e non è un problema da poco, è che lo stesso luogo dove sorgeva il Tempio e dove dovrà risorgere, secondo i musulmani, sarebbe quello in cui Maometto sarebbe giunto al termine d’un miracoloso viaggio notturno per ascendere poi al cielo pur rimanendo vivo. Lì sorge la cosiddetta Cupola della roccia, che con la Moschea al-Aqsa costituisce l’al-Ḥaram al-Sharif, considerato dal sunnismo il terzo sito più sacro del mondo islamico dopo la Mecca e Medina. Per capirne l’importanza, basti pensare che la seconda intifada, costata circa 6500 morti, nacque perché il 28 settembre del 2000 Ariel Sharon decise di farsi una passeggiata in quel luogo.
Tutta l’area è del resto oggetto di un accanito revisionismo musulmano. L’islam rivendica Gerusalemme facendo di Abramo il primo musulmano (dove il testo ebraico dice: «e Abramo credette», la traduzione araba coranica suona: «islam», «si sottomise») e nega l’esistenza stessa del Tempio ebraico: «Il Tempio non esisteva a Gerusalemme, esisteva a Nablus. Non c’è niente lassù», disse Yasser Arafat al vertice di pace a Camp David, nel luglio del 2000. Lo stesso Arafat ha più volte rivendicato la discendenza dei palestinesi dai gebusei, cacciati nell’antichità dagli israeliti. Il conflitto israelo-palestinese avrebbe quindi più di 3000 anni.
L’ANTI-ROMA
In questi tre millenni, nell’area, si sono affacciate anche le civiltà classiche, non senza nascondere una certa diffidenza e incomprensione, a partire dalla considerazione di Strabone, secondo cui Gerusalemme si trovava in un luogo che «per il quale nessuno avrebbe voluto pigliar guerra seriamente» (Geografia, XVI 2,36). In Tacito, Gerusalemme è sostanzialmente l’anti-Roma: «Lì sono empie le cose presso di noi sacre e, viceversa, è lecito quanto per noi aborrito» (Storie, V 4). Vi fu pure, durante l’assedio della città, un evento misterioso: «S’eran verificati dei prodigi, che quel popolo, schiavo della superstizione ma avverso alle pratiche religiose, non ha il potere di scongiurare, con sacrifici e preghiere. Si videro in cielo scontri di eserciti e sfolgorio di armi e, per improvviso ardere di nubi, illuminarsi il tempio. S’aprirono di colpo le porte del santuario e fu udita una voce sovrumana annunciare: “Gli dèi se ne vanno!” e intanto s’avvertì un gran movimento, come di esseri che partono» (V 13). Secondo alcuni Gerusalemme fu in quell’occasione oggetto di un’evocatio da parte dei romani, al fine di «impadronirsi» del dio della città, anche se sull’argomento gli esperti sono divisi. Successivamente, Giuliano imperatore, decidendo di giocare la carta ebraica in funzione anti-cristiana, preferendo la «tradizionale» religione giudaica al nuovo credo «sradicato», tentò addirittura la ricostruzione del Tempio, progetto poi abortito poiché gli operai che vi lavoravano venivano ustionati da fiamme terribili provenienti dalle viscere della terra.
L’ANTI-ATENE
A partire da Leo Strauss si è comunque soliti individuare le radici della nostra civiltà in Atene e Gerusalemme. Ma c’è chi preferisce parlare di Atene contro Gerusalemme. Ha scritto Pietro Lombardini: «Occorre una grande attenzione nel rilevare in che cosa consista esattamente la “diversità” di Gerusalemme. A mio parere, anche rispetto ad Atene, la differenza è una sola, ma decisiva: l’emergere, a Gerusalemme, più o meno all’epoca in cui ad Atene nasce la polis “democratica”, dell’idea monoteistica comunicata per Rivelazione a Mosè sul Sinai e irraggiante dal monte Sion. Questo rende Gerusalemme un novum paradossale nella storia della città dell’uomo. A partire da questo momento si forma nel giudaismo quell’idea di essere il popolo dell’Alleanza, portatore di una rivelazione universale […]. Gerusalemme diviene il luogo da cui esce la Torah, parola rivelata e “missionaria” (ma il termine è assai ambiguo e tutto da determinare). Ciò che Atene non ha mai voluto o preteso di essere». Con quella hybris missionaria stiamo facendo i conti ancora oggi.
Adriano Scianca

2 Commenti

  1. ….sicuramente i.l ”signore” comprerà mattoni e calce è costruirà un villetta e giardino con gnomi e fatine…

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