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Roma, 13 apr – Dopo la sconfitta italiana nella prima guerra in Etiopia, l’Italia ricerca la sovranità internazionale con un nuovo tentativo di conquista. Una battaglia dimenticata cui parteciparono molti soldati volontari e miliziani italiani fu la Battaglia del Tembien. Lo scontro fu durissimo: morirono molti soldati italiani, circa 600, contro gli 8000 etiopi che rimasero esanimi sul campo di battaglia. Tra loro cadde anche Alessandro Paoli, eroe di questa avventura coloniale italiana.

Il servizio nella Grande Guerra

La guerra in Etiopia fu solo l’ultimo estremo sacrifico di Alessandro Paoli. Nato a Milano alla fine dell’800, combatté sul fronte trentino allo scoppio della prima guerra mondiale. Tuttavia, l’avventura di Paoli come soldato volontario durò molto poco. Decise infatti di seguire il corso per diventare mitragliere nell’ordine di tornare al fronte quanto prima per aiutare i suoi compagni con questa nuova arma letale ma delicata.

Nel 1922 Alessandro Paoli ottenne una medaglia di bronzo al valor civile per aver partecipato con spiccato eroismo ad un salvataggio. Non si conosce bene il motivo di tale gesto ma fu sicuramente di grande rilievo dato il premio.

Il martirio in Etiopia

La notizia di un conflitto di natura espansionistica aizzò molto lo spirito di Paoli, sempre pronto all’azione. Il soldato vestì la camicia nera della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e partì alla volta del Corno d’Africa.

Paoli verrà ferito gravemente nel corso della seconda battaglia del Tembien, scontro decisivo per la vittoria italiana della guerra. In questo scontro, infatti, i soldati etiopi vennero decimati da un’abile azione bellica italiana. Alessandro Paoli morì il 29 febbraio 1936 per le ferite ricevute in combattimento.

In suo onore venne concessa la medaglia d’oro al valor militare sulla quale è possibile leggere: “Volontario in A.O., combattente entusiasta e valoroso. Caposquadra mitraglieri, sotto violento fuoco avversario, dirigeva con calma e perizia il fuoco sul nemico infliggendogli gravi perdite e contribuendo ad arrestarlo nel contrattacco. Colpito a morte, durante il trasporto al posto di medicazione serenamente inneggiava al Re ed al Duce. Prima di morire aveva elevate parole di ardente fede nei destini della Patria, esclamando: «È bello morire per il Duce». Superbo esempio di alto sentire”.

Tommaso Lunardi

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