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Roma, 19 gen – Ebraismo e fascismo. Una storia dalle mille sfaccettature e per molti versi poco conosciuta. Pochi sanno che molti membri della burocrazia, dell’esercito e dell’amministrazione fascista erano di origine ebraica. Molti di questi combatterono anche per la difesa della nazione durante la prima guerra mondiale e nelle guerre immediatamente precedenti alla promulgazione delle leggi razziali. Bruno Jesi era uno di questi ebrei in camicia nera.

Le origini della famiglia

La storia della famiglia affonda le radici da molto lontano. La stirpe di Bruno Jesi era legata all’ebraismo. Molti Jesi, infatti, erano rabbini o, comunque, grandi studiosi della cultura e della religione del popolo d’Israele.

La storia di Bruno Jesi, però, è legata alla sua carriera militare ed alla sua fede nel fascismo del 1922. Bruno Jesi sarà, infatti, uno dei più coraggiosi soldati che mai vestiranno la camicia nera in terra d’Etiopia a tal punto che verrà anche decorato con una medaglia d’oro al valor militare.

La Guerra in Africa

Alla chiamata alle armi per la guerra in Africa, Bruno Jesi non attese ed, anzi, volle combattere in prima fila. Ufficiale di cavalleria condusse moltissime azioni di spiccato coraggio contro i nemici in terra africana tanto che gli valsero una medaglia d’oro al valor militare: “Volontario nella campagna A.O., in vari combattimenti ed in numerose ardite ricognizioni, dava continue prove di grande coraggio, sprezzo del pericolo e capacità di comando. Comandante di una banda, in aspro combattimento contro forze soverchianti, ferito più volte, reprimeva le sofferenze delle carni straziate e, sempre in testa ai suoi ascari, continuava a trascinarli con la parola, il canto e l’esempio del suo ardimento alla conquista delle posizioni nemiche. Avuta stroncata una gamba da un settimo proiettile, impossibilitato a reggersi in piedi, incitava ancora i suoi uomini e li spingeva alla conquista delle ben munite posizioni dell’avversario, che volgeva in fuga. Esempio magnifico di fermezza, coraggio e fulgido eroismo”.

Mutilato gravemente ad una gamba, malgrado le continue richieste di poter continuare a combattere, Bruno Jesi venne congedato e rimandato in patria. A soli 27 anni, morì per delle complicazioni conseguite alla ferita riportata in combattimento.

Tommaso Lunardi

5 Commenti

  1. ….per quanto facciano, non riescono ad integrarsi con la nazione in cui vivono..restano sempre legati alle loro origini ebraiche, alle loro credenze…credere di essere gli ” eletti di dio”…auto ghettizzazione..

  2. Bruno Jesi era ed E’ un Camerata. Un Eroe, indiscutibile. Le religioni non avrebbero dovuto trovare posto nel dibattito Fascista. Fu un errore gravissimo che per esempio Franco in Spagna non commise. La Storia ci ha già giudicati. Io rimango fedele al motto dei Fanti Immortali: “Chi versa il Suo Sangue col Mio nello stesso fango è Mio Fratello” e tanto mi basta. Onore a Bruno Jesi!

    • E non dimentichiamo un altro punto importante: non tutti quelli che nascono presso famiglie israelite sono, di conseguenza, ebrei praticanti. Infatti, così come ho lavorato assieme a nordafricani di famiglia musulmana ai quali proprio nulla importava dell’Islam, anzi, si dichiaravano del tutto atei e materialisti (e non per una questione di Taqìyya), ho personalmente conosciuto anche una ragazza di origini israelite atea e materialista tanto quanto i nordafricani di cui sopra.

      La stessa cosa, d’altronde, accade anche con persone di famiglia cristiana, indù, etc…

      • I Valori non nascono dal nulla (ateismo, materialismo, qualunquismo): contro i disvalori profondi che negano la dignità dell’ Essere, delle Origini, delle Tradizioni, si uniscono fedi, religioni, credo diversi a fronteggiare il male! Una certa falsa lezione, oggi in vigore, dovremmo averla capita! Va rivoltata, certo.

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