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Roma, 19 gen – Nei confronti del capitano paracadutista Corradino Alvino la sorte non è stata certamente benigna. Ufficiale coraggioso e capace, ha avuto il grande merito di aver riportato per primo un reparto italiano a combattere dopo l’8 settembre. Alla fine della guerra è stato perseguitato per un crimine mai commesso, abbandonato e dimenticato da tutti. La “damnatio memoriae” cui è stato sottoposto e le drammatiche vicissitudini che lo hanno colpito, sono indubbiamente legate al suo coinvolgimento nel tragico episodio della morte del tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, eroe di El Alamen.

Nato a Napoli il 19 dicembre 1913, ufficiale in SPE, Corradino Alvino non aveva esitato a compromettere la carriera ribellandosi al tradimento di Badoglio. Fedelissimo del maggiore Rizzatti, lo aveva seguito e supportato nella sua decisione di mantenere fede all’alleanza con i tedeschi nelle caotiche ore seguite all’annuncio dell’armistizio che lo aveva colto in Sardegna, inquadrato nella divisione “Nembo”.

La tragica morte di Bechi Luserna

Molti ufficiali paracadutisti, dichiaratisi contrari a Badoglio, erano stati imprigionati e Bechi Luserna aveva ricevuto l’ordine di arrestare anche Rizzatti ed Alvino. Accompagnato da tre carabinieri, era stato fermato ad un posto di blocco dove aveva avuto uno scontro verbale violentissimo con Alvino, condito di reciproche accuse di tradimento. Al culmine del litigio, Bechi Luserna aveva portato la mano alla fondina ed uno dei carabinieri di scorta aveva fatto un brusco movimento con il suo mitra. Alvino aveva bloccato il braccio di Bechi con una mano ed afferrato la canna del mitra con l’altra, scostandola verso l’alto. Era partita una raffica che lo aveva fatto cadere all’indietro. Il mitragliere del posto di blocco, pensando fosse stato colpito, aveva sparato di riflesso uccidendo Bechi Luserna. Questo drammatico evento, frutto di una tragica fatalità e della concitazione del momento, segnerà per sempre la vita di Corradino Alvino. La tragica conferma alla veridicità di questa ricostruzione è data dall’assassinio del mitragliere, Benedetto Cosimo, avvenuto il 16 aprile 1944 a Roma dove era in licenza di convalescenza, rivendicato dai partigiani come vendetta contro colui che aveva ucciso il colonnello Bechi Luserna.

Corradino Alvino nella Rsi

Ricostituiti reparti di paracadutisti sotto le insegne della Rsi, Corradino Alvino assumeva il comando del Btg Autonomo “Nembo”, formato da circa 300 uomini, che il 12 febbraio 1944 raggiungeva il fronte di Nettuno per completare i ranghi della 4° Div. Fallschirmjäger. Gli angloamericani erano sbarcati sul litorale laziale ed i tedeschi erano intenzionati a lanciare una controffensiva per ricacciarli in mare.

Con l’arrivo a Nettuno del “Nembo”, iniziava l’epopea di Alvino e dei suoi uomini. Il loro più grande merito fu quello di riuscire a superare le perplessità se non addirittura l’ostilità dei vertici militari tedeschi che non volevano assolutamente avere al loro fianco italiani, definiti “Badoglio truppen” ed accettati solo per ragioni politiche. Riuscirono, però, a spazzare tutti i dubbi nel giro di pochi giorni, già durante il contrattacco del 16 febbraio durante il quale Alvino guidò i suoi all’assalto, conquistando le posizioni nemiche, a costo di gravissime perdite. Purtroppo, le riserve necessarie a completare l’azione furono bloccate dal terrificante fuoco di sbarramento dell’artiglieria navale ed ogni sforzo per procedere oltre risultò vano. Per gli atti di valore compiuti nel corso dei 5 giorni della controffensiva, furono assegnate 40 decorazioni e ben 19 promozioni per merito di guerra. Allo stesso Alvino fu conferita la medaglia d’oro al valor militare. Rimasto in linea fino alla fine di febbraio, il battaglione veniva ritirato per riorganizzare i ranghi in quanto, dei 300 uomini iniziali, la forza residua ammontava a 4 ufficiali, 2 sottufficiali e 125 tra graduati e paracadutisti. Contratto negli effettivi, il reparto rientrava in linea il 15 marzo assumendo la nuova denominazione di Compagnia autonoma “Nettunia-Nembo” che per evitare mortificanti riduzioni di schieramento e di compiti, costrinse i paracadutisti a moltiplicare l’impegno.

Il comportamento degli uomini di Corradino Alvino aprì la strada all’impiego di altri reparti della Rsi, “Barbarigo” e “Degli Oddi”, che confermarono come ci fossero ancora degli italiani pronti a morire. Con il ritorno in linea, i combattimenti si trasformarono in una guerra di posizione: buche, campi minati, reticolati, agguati. I bombardamenti aeronavali erano incessanti provocando, uno stillicidio continuo di caduti senza che si potessero rimpiazzare adeguatamente perché dal Rgt. “Folgore” in addestramento a Spoleto, non arrivavano rincalzi poiché gli istruttori tedeschi temevano che un massiccio esodo di uomini potesse minare la compattezza del reparto. Per cercare di colmare i paurosi vuoti, Alvino aveva istituito un suo personale “ufficio arruolamento” a Piazza Colonna a Roma, accogliendo volontari pronti a donare la vita “Per l’Onore d’Italia”.

Imprevedibile, vulcanico, generoso, sempre a fianco dei suoi paracadutisti nei momenti cruciali, con loro continuò a combattere coraggiosamente ed in condizioni terribili fino al 3 giugno quando ricevettero l’ordine di ritirarsi assieme alla 4 Div. Fallschirmjäger. Un pugno di uomini – i resti di quello che era stato un superbo battaglione – sfiniti ma non domi, che continuarono a lottare durante tutta la fase del ripiegamento. In quattro mesi di fronte, il “Nembo” si era conquistato l’ammirazione ed il rispetto tedeschi e la sua fama aveva travalicato i ristretti confini dei reparti con cui è stato a contatto venendo anche citato, nel solenne bollettino OKW tedesco.

Il processo-farsa del dopoguerra

Alla fine della guerra Corradino Alvino venne arrestato, processato e condannato come criminale di guerra per un omicidio che non aveva mai commesso. La prigionia lo distrusse fisicamente e psicologicamente sentendosi abbandonato dai suoi vecchi camerati, lui che era stato un comandante generoso e leale con i sottoposti e mai ossequioso con i superiori. Rinchiuso poi in ospedale psichiatrico, quando ne uscì vagabondò per anni facendo perdere le sue tracce e creduto morto. Soltanto grazie alle pazienti ricerche del capitano Del Zoppo fu ritrovato e poté trascorrere serenamente gli ultimi anni di vita.

Mentre nelle pubblicazioni tedesche dedicate all’eroismo dei Fallschirmjäger, Alvino viene citato ripetutamente e coperto di elogi, in Italia su di lui è calata una colpevole coltre di silenzio, quasi non fosse mai esistito. Anche la pubblicistica favorevole alla Rsi tende a dimenticare la figura di questo valoroso. A ricordarlo dopo la sua morte, avvenuta a Napoli il 7 ottobre 1990, è stato soltanto un articolo apparso su “Il Secolo d’Italia” a firma di Alfio Porrini, uno dei suoi uomini di Nettuno, nel quale traspare l’amarezza per come è stato trattato mista all’affetto per un comandante che era rimaste nel cuore dei suoi paracadutisti: “Siamo andati in pochi a Napoli a rendere l’ultimo omaggio alla salma del Cap. Alvino….Il capitano paracadutista Corradino Alvino terminò la sua vita all’età in cui oggi si è ancora protetti e vezzeggiati da tutte le tenerezze e tutte le comprensioni. A 32 anni, per un crimine di guerra non commesso, egli venne murato vivo in un crudele e folle isolamento kafkiano, vittima della ferocia settaria ma anche delle paure, delle prudenze, degli egoismi… Nei raduni dei paracadutisti tedeschi, in cui siamo considerati sempre ospiti d’onore, ci guida quello che fu l’ultimo comandante del Rgt. “Folgore”; quello che, dalla fine della guerra ad oggi, ha tenuto e tiene uniti gli uomini del reggimento: Edoardo Sala. Ma tutti noi, specialmente i pochissimi superstiti della Compagnia “Nettunia”, in tutti questi nostri incontri “sentiamo” accanto al mistico e glaciale Sala, la presenza del paterno ed informale Rizzatti e rivediamo il lampo degli occhi azzurri sotto ciglia nerissime, di quel comandante nervoso, imprevedibile, focoso, che riportò per primo il Tricolore sui campi di battaglia: Corradino Alvino”.

Mario Porrini

3 Commenti

  1. Questa Patria di Monumenti, si ricorderà di Te? I Soldati del Tempo non hanno tombe di marmo lucido… Le Loro Memorie sono Eterne nei Nostri Cuori. A Noi Comandante!

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