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Roma, 24 apr – La campagna di Grecia è stata una delle pagine più particolari della storia militare italiana. Conquistata all’inizio degli anni ’40, il territorio dell’Epiro subì numerosi attacchi da parte di preponderanti forze nemiche nel corso del secondo conflitto mondiale proprio per la sua strategica importanza militare. Carlo Bottiglioni cadde tra quei monti per difendere l’avamposto italiano in terra balcanica.



Il fisico

Un eccezionale studente, questo è possibile affermare con certezza dai dati e dalle notizie ricevute. Carlo Bottiglioni, nato a Carrara Apuania nel 1906, frequentava la Facoltà di Fisica all’università di Pisa quando, nel 1927, entrò a far parte della Scuola di Artiglieria e Genio a Torino concludendola con il grado di sottotenente appena due anni dopo. Nel 1929, appena terminati gli studi nel capoluogo piemontese, entrò ufficialmente nel Regio Esercito. Sette anni più tardi, nel 1936, lo troviamo in Africa in forza al 60° Reggimento artiglieria dei Granatieri di Savoia. L’anno dopo arrivò a capo del I Gruppo Someggiato Indigeno. Da quel momento inizia l’avventura con la penna degli Alpini.

Carlo Bottiglioni, il soldato di montagna

Carlo Bottiglioni abbandonerà l’Africa per passare, in forza al 5° Reggimento artiglieria alpina, all’altrettanto torrido clima della Spagna. Il suo impiego nella guerra civile, al fianco delle forze franchiste, gli valse una croce di guerra.

Rientrato in Italia aveva già la mente altrove, alla guerra e all’imminente conflitto. La partenza per il fronte greco-albanese non si fa attendere e imbraccia il fucile alla volta dell’Epiro. Qui troverà la sua morte, il 6 gennaio 1941, a Malipaci. Cercando una postazione per piazzare i cannoni, infatti, Carlo Bottiglioni venne attaccato da dei soldati albanesi nascosti tra i boschi che lo pugnalarono e lo sfigurarono prima di gettarne il corpo in un crepaccio.

In onore del soldato venne concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Magnifico comandante di batteria alpina, contribuiva col tiro efficace dei suoi pezzi a ricacciare il nemico da una strada di fondo valle che costituiva importante via di rifornimento per le nostre truppe. In successiva azione, si portava d’iniziativa presso il comando delle unità di fanteria per rendersi conto delle nuove zone da battere e prendeva parte attivissima alla conquista di un importante caposaldo. Si offriva poi spontaneamente di guidare alcuni reparti bersaglieri operanti, attraverso aspro e nevoso terreno. Raggiunti gli obiettivi, si lanciava risolutamente contro il nemico alla testa delle prime squadre d’attacco, animandole ed incitandole con l’esempio del suo eroico ardimento. Gravemente ferito continuava risolutamente la lotta finché, stremato di forze, veniva catturato, ucciso e barbaramente precipitato in un burrone. Fulgido esempio di altissimo spirito guerriero e di ardente entusiasmo”.

Tommaso Lunardi

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