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Roma, 13 ott – Il maggiore Edoardo Sala emerge come una delle figure più belle della Rsi. Per lo straordinario coraggio, le innate doti militari, l’ascendenza che aveva sui suoi uomini, può essere paragonato a Junio Valerio Borghese, Adriano Visconti, Carlo Faggioni.

Edoardo Sala il paracadutista

Specialista in armi controcarro, allo scoppio della guerra è sul fronte delle Alpi Occidentali come ufficiale degli Alpini. Chiede il trasferimento nei paracadutisti brevettandosi alla prestigiosa Scuola di Tarquinia. Nel settembre 1943 è in Calabria, al comando del 3° Btg Paracadutisti, a contrastare l’avanzata degli Alleati che risalgono la Penisola dopo lo sbarco in Sicilia.

All’annuncio dell’armistizio, intuisce subito che si prepara il tradimento. Sconvolto dal dolore e dall’umiliazione, non riuscendo a contattare i suoi superiori, decide di comunicare la sua decisione di rimanere fedele al vecchio alleato con una lettera: “Signor Maggiore, il nemico non deve avere le nostre armi e noi le portiamo in salvo perché alla Patria possono ancora servire e la nostra vita anche. Per l’Onore d’Italia. Capitano Edoardo Sala”.

“Per l’Onore d’Italia”

Proprio questa semplice frase finale – “Per l’Onore d’Italia”diverrà il motto di tutti i combattenti della Rsi, motto che i paracadutisti porteranno cucito sulla manica sinistra della giubba, ricamato su un nastro nero con bordo tricolore in segno di lutto. Ai suoi uomini lascia libertà di scelta ma la stragrande maggioranza decide di seguirlo e nella stessa giornata del 9 settembre, si dirigono verso Salerno per contrastare lo sbarco Anglo-americano.

Nel maggio 1944 il neocostituito Rgt “Folgore” viene inviato a sud di Roma per coprire la ritirata delle unità tedesche, dopo la caduta di Cassino e lo sfondamento della cosiddetta “linea Gustav”. Edoardo Sala è con il Maggiore Rizzatti a Castel di Decima, punto focale della linea difensiva essendo l’unica strada di accesso alla valle del Malpasso, superata la quale i mezzi corazzati alleati potrebbero raggiungere rapidamente la Capitale tagliando la strada ai tedeschi. Qui si svolge il più importante combattimento di quel fatidico 4 giugno.

I paracadutisti, sono attestati sui due rilievi che costeggiano la strada ma sono privi di cannoni controcarro e non possono contrastare gli Shermann. Questi, una volta giunti a valle, potrebbero aggirarli, risalire il pendio dove è più dolce ed annientarli perché privi di vie di scampo. Rizzatti, nel vano tentativo di fermarli, si piazza davanti al primo Sherman armato del solo mitra. La sua coscienza non gli consente altra scelta: morire assieme ai suoi ragazzi. Viene falciato assieme al suo portaordini, Massimo Rava. Tutto sembra perduto. Gli uomini sono presi dallo sgomento.

A questo punto Edoardo Sala prende in mano le redini della situazione. Egli si trova al comando della compagnia di riserva posizionata a fondovalle, l’unica munita di qualche arma individuale controcarro, panzerfaust. In pochi secondi concepisce un piano audacissimo, assegnando a se stesso la parte più rischiosa. Ordina ai suoi di schierarsi lungo il costone sopra la strada, pronti a far fuoco, mentre lui si precipita, armato di Panzer Faust, incontro al primo carro. Si apposta dietro un muretto e con incredibile sangue freddo, attende che giunga a pochi metri poi lo colpisce, bloccando così la marcia di tutta la colonna: subito dopo corre a perdifiato, in mezzo ad una gragnuola di colpi, verso l’ultimo Sherman della fila e lo distrugge, chiudendo i tanks in una sacca. I suoi ragazzi iniziano allora a sparare con tutte le armi a disposizione. Gli inglesi, convinti di essere caduti in un’imboscata, presi dal panico, cercano scampo fuori dai mezzi, venendo così falcidiati. Accorrono i rinforzi alleati ed i combattimenti a cavallo di questa strada intasata di carri durano alcune ore, ritardando l’avanzata nemica. Grazie alla prontezza di questo eroico ufficiale si è raggiunto l’obiettivo prefissato ma soprattutto si è salvato dall’annientamento l’intero battaglione. Per questa azione viene decorato sia dai tedeschi che dagli italiani e promosso Maggiore per meriti di guerra.

Le perdite sono comunque ingenti ed i superstiti si ritrovano a Tradate per ricostituire i ranghi. Poco dopo, appena trentunenne, assume il comando del reggimento. Grazie alle sue capacità ed al suo carisma, fondendo anziani e nuove leve, forma un reparto composto di giovani addestrati e motivatissimi.

Coinvolto nella guerra anti-partigiana per i proditori attacchi subiti dai suoi uomini, la conduce senza quella ferocia tipica della parte avversa. Agli inizi del 1945 il reggimento viene trasferito sulle Alpi occidentali per opporsi all’avanzata francese, tornando su quelle stesse montagne dove aveva iniziato la guerra come alpino per finirla da paracadutista. Con i suoi paracadutisti, combatte in alta quota con temperature polari ma riesce ad impedire che i francesi si impadroniscano di ampie zone di territorio nazionale, compresa Aosta. A fine guerra, si rifiuta categoricamente di arrendersi ai partigiani, attendendo in armi l’arrivo degli Alleati.

Prigioniero a Coltano

Internato a Coltano, dove i prigionieri patiscono fame, sete, caldo e privazioni di ogni genere, si adopera per sollevare lo spirito dei suoi ragazzi, soprattutto dei più giovani, con una serie di attività fisiche e culturali, dando vita anche ad un giornalino “Il Megafono”. Processato e condannato a 20 anni di carcere con accuse infondate, uscirà soltanto nel 1951 completamente riabilitato e reintegrato nel grado.

Uomo di profonda cultura e di rara sensibilità, autore di poesie scritte in prigionia, aveva nel cuore i suoi paracadutisti e le famiglie dei caduti, sempre presente come costante punto di riferimento cui chiedere consiglio, ricevere conforto, condividere gioie. Ha tenacemente tenuto unito e vivo, in momenti difficilissimi, un ambiente umano che rischiava di disperdersi. Superando moltissime difficoltà, si è adoperato affinché fosse assegnato un lotto nella zona militare del Cimitero del Verano dove tumulare i paracadutisti caduti, provvedendo alla traslazione delle salme e facendo erigere una stele con i loro nomi incisi. Ha insistito affinché lo storico e paracadutista Nino Arena scrivesse la storia del Rgt. “Folgore” coprendo le spese di pubblicazione attraverso il pagamento anticipato delle copie prenotate. Dettagliatissima, l’opera “Per l’Onore d’Italia”, è importate anche perché in un solo volume sono riportate documenti, fotografie, testimonianze dirette dei protagonisti che altrimenti sarebbero andate irrimediabilmente perdute. Sempre lui ha voluto che tutti gli anni si commemorassero i caduti della “Battaglia per la difesa di Roma”, tradizione che, grazie all’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia di cui è stato Presidente Onorario, si perpetua ancora oggi.

La parola impossibile era sconosciuta nel vocabolario di colui che tutti chiamavano “Il Comandante” in segno di rispetto. Lo scopo della sua vita è stato quello di tenere vivo il ricordo di coloro che hanno sacrificato le loro vite per amore dell’Italia e nella definizione “involontari superstiti”, da lui coniata per indicare i reduci, traspare il rimpianto, manifestato in più occasioni, di non essere egli stesso caduto in combattimento. Paradossalmente, si può affermare che il suo operato nel dopoguerra, si riveli più importante dei meriti acquisiti durante il conflitto.

Stimatissimo all’estero da ex alleati ed ex nemici, ignorato in patria, il 14 ottobre del 1998, all’età di ottantacinque anni, il Comandante, volava in cielo per ricostituire i ranghi con i suoi paracadutisti che lo attendevano impazienti di tornare ai suoi ordini!

Mario Porrini

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