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Roma, 18 lug – Ci sono uomini che alla guerra hanno dedicato la vita intera. Soldati pronti a lasciare il campo di battaglia per partire alla volta di un altro, poi di un altro e, poi, di un altro ancora. La guerra diventa parte integrante della loro vita, la guerra diventa la loro stessa vita. Enrico Francisci, per quasi 30 anni, rimase su un campo di battaglia.

Dal deserto alla trincea

Di servizio al campo di tiro, dava esempio di grande slancio e coraggio gettandosi nelle acque vorticose del torrente Mugnone e concorrendo efficacemente al salvataggio di un soldato cadutovi e travolto dalla corrente”: leggendo queste parole ci si rende conto di come, in realtà, Enrico Francisci fosse molto di più di un semplice soldato. Il carattere intrepido e coraggioso del giovane toscano classe 1884 è un elemento inconfondibile che spiccherà in tre decenni di combattimenti. Francisci, infatti, prestò servizio durante la guerra in Libia agli inizi degli anni ’10, per poi, immediatamente combattere anche nella prima guerra mondiale.

Da addetto al governatorato della Libia, Francisci decise di aderire al neonato movimento fascista aderendo anche alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. L’impegno sotto il fascio littorio perpetuò nel corso degli anni e lo vide impegnato sia sul fronte spagnolo sia su quello africano. In entrambi gli scenari, Enrico Francisci si distinse in maniera del tutto incredibile, partecipando e difendendo i compagni anche durante il terribile scontro dell’Amba Aradam.

La Russia e la difesa della Sicilia

Conseguentemente allo scoppio della seconda guerra mondiale e all’apertura del fronte orientale, Enrico Francisci partì alla volta della Russia in forza al Raggruppamento Camicie Nere “23 marzo”. Combatté e si distinse ancora una volta anche sul ghiaccio del Don. Con il 1943 venne richiamato in Patria, questa volta a difenderla dagli attacchi alleati. Gli americani, infatti, supportati dagli inglesi al comando del generale George Patton, sbarcarono in Sicilia, dove però trovarono pane per i loro denti: coordinando la difesa con attacchi sincronizzati, Enrico Francisci costrinse i soldati angloamericani a riparare fino ai mezzi da sbarco. Quella giornata fu l’ultima della sua carriera: una granata lo investì e il suo corpo venne trovato dopo un giorno, il 12 luglio 1943, decapitato.

In suo ricordo venne concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Ufficiale generale valorosissimo, riuscito ad ottenere in situazione estremamente critica il comando di truppe operanti in settore delicato contro soverchianti forze nemiche, raggiunse nottetempo le posizioni più avanzate. Preso personalmente contatto coi reparti in prima linea impartì gli ordini per l’azione. Alle prime luci dell’alba, accesosi il combattimento fra carri armati nemici ed alcuni semoventi italiani, si portò al lato del semovente più avanzato e, mentre, in piedi seguiva le mosse dell’avversario fu colpito in pieno da una granata sparata da brevissima distanza. Animati dal sublime esempio bersaglieri ed artiglieri, testimoni della gloriosa sua morte, si accanirono nella resistenza emulando il loro eroico comandante”.

Tommaso Lunardi

4 Commenti

  1. Una volta ad essere considerati eroi, erano uomini come questi. Oggi ad essere considerati eroi sono tipi come Rocco Siffredi o Ronaldo, cioè un tipo che si riprende mentre fa roba con delle prostitute e l’altro che corre dietro un pallone in mutande

    • Non solo.. ma l’italia e’ piena di culattoni depravati che fanno a gara per mostrarsi in tv e ben pagati anche. poi i frocioni pride di milioni di frocioni che sfilano per le vie delle citta’

      • Non solo in Italia, ma tutto l’occidente è pieno di culè ormai. I culè sono molto utili al sistema, sono ottimi consumisti.

  2. Ma chissa’ come mai a quei tempi di frocioni depravati non c’e’ n’erano .Perche’ si doveva lavorare sudare combattere non c’era il tempo per dedicarsi a fare il frocione alla rai.

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