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Roma, 5 gen – Il carro armato è l’emblema della guerra. Un mezzo mitico, potente e prepotente nella forza bruta che sprigiona dal cannone e dai poderosi cingoli. Un mezzo di sfondamento che appare quasi imbattibile. Bisogna sapere, però, che quella di carrista non era la postazione migliore in quanto, di certo, si aveva un vantaggio indiscutibile in materia di potenza di fuoco. Tuttavia, quella che diventava la casa di un valoroso soldato poteva tramutarsi, in un battere di ciglia, nella sua bara. Fulvio Jero fu uno dei migliori carristi che mai calcarono il territorio italiano in Africa.

Il volontario universitario

Nel film di inizio millennio “El Alamein – La linea di fuoco”, è possibile notare come, nei primi anni ’40, moltissimi studenti universitari non vedessero l’ora di imbracciare il fucile e di vestire lo stemma con la sigla “V.U.” sul proprio petto. I Volontari Universitari erano giovani laureandi o neolaureati che volevano servire la propria nazione in prima linea dopo aver contribuito da dietro un banco di scuola. Al nome di uno di questi studenti, è stato intitolato il LXII battaglione corazzato “Jero” in onore di Fulvio Jero, caduto in Africa nel 1941.

Al giorno d’oggi, questo battaglione non esiste più in quanto è stato fatto confluire all’interno del 62° Reggimento fanteria corazzato “Sicilia”. Ma chi era Fulvio Jero? La sua storia inizia a Roma, nel 1938, quando, dopo aver terminato gli studi giuridici nella capitale, decise di arruolarsi volontario.

La guerra in Africa

Dopo aver frequentato la Scuola allievi ufficiali, venne promosso ad aspirante carrista nel maggio del 1939. Il suo ruolo era quello di supporto e di difesa delle retrovie in caso di irruzione nemica dalle prime linee. I carri armati che era solito utilizzare Jero erano dei piccoli carri di portata e di gittata minore adatti, per l’appunto, alla copertura delle retrovie.

Nel dicembre del 1940 Fulvio Jero, partito dalla Libia, combatté durante l’invasione dell’Egitto in forza al LXII Battaglione sopra citato. Nel giro di pochi giorni, però, gli inglesi, grazie al supporto delle truppe australiane, risposero agli italiani annientando il battaglione. Era il 3 gennaio 1940 e, durante la battaglia di Bardia, Fulvio Jero trovava la morte assieme ad altri 1702 compagni.

In suo onore, venne concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Ufficiale carrista di singolare valore, avuti i carri del suo plotone inutilizzati dal fuoco nemico e visto occupato un caposaldo che comprometteva la resistenza del battaglione di fanteria al quale era assegnato di rinforzo, chiedeva l’onore con pochi carristi rimastigli di guidarli al contrassalto per la rioccupazione del caposaldo. Ferito appena allo scoperto, continuava nel suo slancio generoso, incuorando i fanti. Ferito una seconda volta, si gettava sul nemico, ingaggiando una lotta corpo a corpo. Falciato a bruciapelo da una raffica di mitra, cadeva sul posto riconquistato, consacrando col suo sacrificio la fratellanza delle tradizioni eroiche del fante e del carrista d’Italia”.

Tommaso Lunardi

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