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Roma, 5 gen – L’espressione “tale padre, tale figlio” è emblematica. Di solito si riferisce a personaggi che seguono le orme del padre, solitamente in vestigia sportive o amministrative. Alcuni di loro, però, ereditano il gene dell’eroe, del patriota e del soldato pronto a morire in guerra. Giulio Venini ereditò proprio questo gene dal padre, Corrado.

La vendetta del caduto

Corrado Venini era un personaggio molto famoso nella Milano del primo dopoguerra. Il soldato lombardo era stato uno di quei valorosi personaggi che, di fronte all’impeto nemico, non si voltò e mise in salvo la sua vita ma, al contrario, la sacrificò per salvarne molte altre. La Strafexpedition austriaca imperversava su tutto il confine nordorientale della penisola e Venini si prodigò per difendere la sua postazione in Trentino.

Corrado trovò la morte il 20 maggio 1916 quando il figlio aveva appena 6 mesi. La presenza paterna si materializzò, però, nella frase incisa nella medaglia d’oro al valore conferitagli: “Se io cado per la Patria, dovrai nella mia morte trovare una ragione in più per amare questa nostra Italia”. Questo divenne anche il mantra di Giulio Venini, futuro eroe della seconda guerra mondiale.

La resistenza dei granatieri

Giulio Venini venne inquadrato all’interno dei Granatieri di Sardegna e, nell’ottobre del 1940, venne mandato in Grecia a supportare l’offensiva italiana in territorio ellenico. Condusse il suo reparto all’interno del territorio greco in una rapida e decisa offensiva. La contro – offensiva greca, però, si unì all’azione sovversiva dei partigiani e gli italiani vennero fermati ed, anzi, respinti.

Giulio Venini si trovò a capo di una divisione decimata: solo venti uomini erano rimasti a difesa del Kurvelesh, punto strategico dell’offensiva italiana. Un colpo di fucile colpì in pieno petto ma lui, sostenuto dallo spirito paterno, continuò ad incoraggiare i suoi avvicinandosi alla morte ad ogni respiro. La mitragliatrice di un nemico greco scaricò decine di colpi sul corpo di Venini crivellandolo.

In suo onore, come a suo padre molti anni prima, venne concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Comandante di compagnia fucilieri, già distintosi per valore in precedenti azioni, durante un violentissimo attacco nemico, ridottosi il reparto a soli venti uomini, teneva testa valorosamente al preponderante avversario, battendosi coi suoi granatieri, al canto degli inni nazionali, animato dal più puro ed elevato sentimento del dovere, spinto scientemente fino al sacrificio. Con gagliarda ed eccezionale audacia si esponeva ove maggiore era il pericolo e dimostrava con la virtù dell’esempio, ai suoi uomini, la ferrea decisione di resistere e di vincere a qualsiasi costo. in un aspro contrassalto finale, che stroncava l’ultimo tentativo nemico, ferito rifiutava ogni soccorso e continuava a combattere. Nuovamente colpito da raffica di mitragliatrice, si abbatteva al suolo, ma trovava ancora l’energia, in un supremo sforzo, per risollevarsi, incitare i dipendenti e lanciare bombe a mano, fino a quando, colpito per la terza volta, mortalmente, segnava col suo sangue l’estremo limite oltre il quale l’avversario non doveva avanzare”.

Tommaso Lunardi

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