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Roma, 14 dic – “Dall’Alpe a Sicilia” canta il nostro inno nazione. L’Italia non è stata fatta in un giorno, in una settimana, in un mese ma è stata costruita negli anni, con il sangue del sacrificio di tutti i suoi concittadini. La prima guerra mondiale non è stata una guerra solo del nord, ma ha raccolto vittime da ogni parte d’Italia, anche dalla lontana Sicilia. Terra, quella sicula, originaria di Luigi Giannettino.

Per un caso del destino…

Era originario di Palermo, se si volesse andare nel particolare, Luigi Giannettino, classe 1883, sposato e padre di due bambini. La sua condizione gli imponeva, di certo, la partecipazione al primo conflitto mondiale ma, d’altro canto, anche la possibilità di restare, per così dire, nelle retroguardie. La sua esperienza bellica iniziò a presidio dei depositi di armi presenti sulla strada verso il fronte.

Un anno dopo, però, fu inviato in prima linea. I tempi duri per l’Italia erano giunti ed i nemici continuavano a resistere agli attacchi. Anzi, gli austriaci si preparavano alla contromossa. Attacco che, irrimediabilmente, giunse nell’ottobre del 1917 con la disfatta di Caporetto. Luigi Giannettino venne così prima mandato sul fronte trentino in Valsugana e poi fatto retrocedere sul Grappa.

L’estremo sacrificio

I nemici imperversavano e, per evitare che arrivassero ad invadere l’intera Pianura Padana, la resistenza italiana fu strenua. Luigi Giannettino, di stanza ancora sul Grappa, si trovò a dover scegliere se scappare con i suoi soldati e preparare la controffensiva o salvare alcuni suoi compagni in difficoltà. Con una purezza d’animo non indifferente, scelse la seconda ipotesi. A causa di quella scelta, però, non rivedrà mai più né la moglie né i figli. Il 18 dicembre 1917 morì sotto i colpi dei nemici.

La medaglia d’oro al valor militare conferitagli recita: “Sotto violento bombardamento nemico, ritto in piedi e completamente allo scoperto, incorò i compagni con elevate parole. All’irrompere di nuclei avversari attaccanti fu primo a spingersi al contrattacco. Rimasto quasi solo, per le gravi perdite subite dal reparto, sprezzante del pericolo, diede nuove prove di animo invitto. Avute fracassate le gambe dallo scoppio di una granata nemica, fulgido esempio di serena fermezza, rifiutò recisamente di farsi trasportare per non esporre i compagni e rimase imperterrito sul posto, sotto il persistente fuoco avversario. A sera, si spense senza un lamento, con il sorriso dei prodi sulle labbra”.

Tommaso Lunardi