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Roma, 17 lug – Nella sua ultima opera “Esame di coscienza di un letterato”, in quello che sarà riconosciuto come il suo testamento spirituale, Renato Serra descrive l’evento bellico “un fatto come tanti altri in questo mondo”, sì enorme ma che “non vi aggiunge; non vi toglie nulla. Non cambia nulla, assolutamente nulla, nel mondo. Neanche la letteratura”.



La sintesi nazionale non può prescindere dall’uso di un linguaggio comune. In queste righe il critico cesenate, profondo conoscitore dei maggiori autori italiani – dal padre della patria Dante al Vate Gabriele D’Annunzio, passando per Petrarca, Machiavelli, Pascoli – e attento studioso delle firme romagnole minori, esprime un concetto del tutto simile a quello esposto da Scianca nel libro “L’identità sacra”, dove il nostro direttore ci ricorda che non sono né guerre né crisi economiche a mettere in pericolo l’esistenza di una civiltà.

Il “diverso” interventismo di Renato Serra

Discendente di un famiglia di tradizioni risorgimentali – il nonno materno, patriota, lo ritroviamo nelle cinque giornate di Milano – Renato Serra è un interventista “diverso”. Percepisce la guerra allo stesso tempo sia come un dovere da compiere verso la propria comunità sia come un sacrificio attraverso il quale riscoprire l’umanità più profonda. Il cameratismo nella fatica, nel pericolo e nella morte.

Una generazione che non si riconosce più nel sistema borghese e nella relativa società – già allora – dell’apparenza indossa l’uniforme grigioverde, per non invecchiare falliti, per dare il proprio contributo a quella che sarà la nostra vittoria mutilata. Nel caso del letterato, è il pensiero che si tramuta in azione. Per il giovane tenente della Brigata “Casale” diventa l’offerta estrema. Pco più che trentenne il 20 luglio 1915, durante la terza battaglia dell’Isonzo, muore in combattimento sul monte Podgora (Gorizia).

L’intellettuale originale

Il romagnolo è intellettuale originale. Nonostante qualche breve esperienza in città “maggiori” come Bologna, Firenze, Roma e Torino non fu mai attratto dal centro, rimanendo profondamente fedele alla sua periferia. Cesena perdona lui il vizio del gioco e qualche rischiosa avventura sentimentale. La città natale verrà ripagata con la tutela di uno dei suoi beni più preziosi, la quattrocentesca Biblioteca Malatestiana, gioiello culturale della quale Serra è direttore dal 1909 fino alla partenza per il fronte. Il lavoro concepito come una condizione dello spirito: in partenza per il Carso prende a prestito un’opera di Platone.

Altra peculiarità di uno dei più famosi sconosciuti del ‘900 è l’anacronismo. Guarda con distacco la contemporaneità senza aderirvi appieno, anticipando chi oggi è nel mondo, riuscendo allo stesso tempo a non farne parte. Nonostante lo studio e la lettura occupino gran parte del suo tempo, Renato Serra non è il classico “topo da biblioteca”. Anzi, la locuzione latina mens sana in corpore sano è forse l’etichetta più adeguata. Ama la letteratura in quanto legata alla vita, così come l’attività fisica: la bicicletta, il gioco del pallone allo sferisterio della Rocca, il nuoto nella vicina Cesenatico e (pare) anche la pesistica – un bilanciere di ferro artigianale con due blocchi di marmo ai lati – nel suo ufficio.

Quel trattino premonitore

Nel maggio 1915, da poco in servizio militare, rimane coinvolto in un grave incidente d’auto nel quale riporta una frattura al cranio. Tre sono i mesi di convalescenza offerti dai medici, poco più di uno quello effettivamente utilizzato dal cesenate. Nonostante le precarie condizioni fisiche la sua volontà è quella di tornare al più presto in trincea.

In un piccolo taccuino riporta gli ultimi pensieri. Il 19 luglio – in seguito ad una sanguinosa battaglia che farà rinominare il monte fatale al critico romagnolo in “Calvario” – chiude il personale diario di guerra con un premonitore trattino orizzontale. Nel pomeriggio del giorno seguente, rifugiato in uno stretto camminamento dal quale osserva le mosse austriache, Renato Serra si alza in piedi per meglio controllare la situazione ma viene colpito in fronte da un colpo nemico. Non un grido, non un lamento. “Stava supino, con la testa riversa sul pendio. Sorrideva”.

Marco Battistini



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