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Tutti conoscono la sociologia e l’etnologia, discipline che si occupano dello studio rispettivamente della società e delle culture dei popoli. Pochi hanno invece sentito parlare di etnosociologia. A colmare questa lacuna esce in Italia, per le edizioni Aga, Etnosociologia di Aleksandr Dugin, un ponderoso saggio in due tomi per un totale di quasi 800 pagine a cura dello scrivente, di Donato Mancuso e Andrea Scarabelli. L’etnosociologia non è una fusione a freddo delle due branche che costituiscono tale endiadi, bensì una metodologia peculiare, che studia gli ordinamenti sociali alla luce degli ethnoi, da cui sono costituiti in virtù del proprio insieme di culture, valori, linguaggi.



Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2021

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Una nuova scienza

Superando la sociologia classica di stampo illuministico, accusata – non a torto – di aver ridotto la propria area d’indagine alla sola società moderna, ergendola a paradigma universale secondo una specifica forma d’imperialismo epistemologico, l’etnosociologia elabora un’ermeneutica delle società umane alla luce delle strutture etniche ancestrali (Dugin le definisce ethnos o koinema), individuandone diversi gradi di manifestazione metamorfica e organica. La «società» trattata dall’etnosociologia non è quindi soltanto la Gesellschaft di cui parla Ferdinand Tönnies, ma la traiettoria evolutiva – non lineare – che passa dall’ethnos («una società semplice, organicamente legata a un territorio e vincolata da morale, costumi e sistema simbolico comuni») al popolo, per giungere alla nazione e alla società civile, sino alla società globale e, infine, alla post-società, paradigma in via d’affermazione nel mondo occidentale. È questa la «peculiare tassonomia etnosociologica dei fenomeni e delle strutture sociali che sta alla base» dell’etnosociologia, e che procede dal grado meno differenziato a quello più differenziato, dall’organico e integrale al meccanicistico.

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L’etnosociologia di Dugin

Dugin osserva come la trasformazione dell’ethnos comporti non soltanto mutamenti dell’assetto sociale, ma profonde alterazioni della Kultur nel suo insieme. Ecco perché l’etnosociologia pare assurgere a scienza globale e totalizzante: al suo cuore vi è l’umano – l’homo religiosus, politicus, ermeneuticus – nel suo radicarsi all’interno di rapporti intersoggettivi, siano questi di natura verticale (nei riguardi degli antenati, della tradizione di appartenenza, in senso spirituale) o orizzontale (verso la propria comunità e i propri simili, ma anche verso l’Altro da sé, imprescindibile per lo sviluppo delle nozioni di identità e differenza). L’etnosociologia è quindi un metodo per nulla neutro e asettico, bensì culturalmente connotato. Non si tratta di ideologia ma di onestà intellettuale: per quanto uno studioso riesca a distaccarsi dalla propria materia d’indagine – a fare epochè, per dirla con Husserl – è la scelta del suo stesso metodo a definirne le linee-guida. Bandendo moralismi, umanismi e dogmatismi (tutti gli –ismi, in ultima istanza), l’etnosociologia si radica nella vita concreta e pulsante degli aggregati umani, mostrandone la ricchezza, il pluralismo originario, la strutturazione in assetti tanto differenti da far sì che ethnoi, popoli e società distinti si situino in un medesimo tempo cronologico e, simultaneamente, in temporalità qualitativamente distinte. Il vero razzismo – argomenta Dugin – nasce in seno alla modernità illuminista e razionalista, nella pretesa…

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