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“Europa, accelerazione, potenza”: un libro per la rivoluzione culturale

by La Redazione
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Europa

Roma, 1 lug – C’è stato un tempo (mezzo secolo fa e più) in cui, di fronte ai miti imperialistici di Washington e di Mosca, “più di qualcuno” cercava una “terza via” tra capitalismo monopolistico privato e capitalismo monopolistico di Stato, indicando l’ “Europa-nazione” come soggetto politico possibile e auspicabile (anche se la formula migliore sarebbe dovuta essere “Europa-Stato”). Imploso (temporaneamente?) l’imperialismo moscovita nel 1989-91, gli Stati Uniti d’America sono rimasti padroni della scena in Europa, spingendo sempre più a est le frontiere militari della Nato. Ora, la contesa sembra essere fra due varianti del capitalismo monopolistico e, quindi, il soggetto politico ricercato, l’Europa unificata, ha, come oltre mezzo secolo fa, i contorni di un’alternativa epocale.

Gli Atti del Convegno di Kulturaeuropa: “Europa, accelerazione, potenza”

Un’alternativa che è una “utopia realmente possibile”: il Convegno, i cui atti sono depositati nel volume Europa accelerazione potenza, indica l’asse dell’esigenza razionale-politica di uno Stato federale europeo, un’esigenza che, a sua volta, si configura secondo due assi: accelerazione (il problema del divenire della tecnica nel suo rapporto con la crisi della rappresentanza politica) e potenza (come affrontare  il problema della sovranità energetica e finanziaria dell’Europa e le dinamiche economiche e sociali in atto). L’identità del nuovo auspicato soggetto è un’identità primariamente sociale: la cultura come lavoro e il lavoro come cultura in un nesso strettissimo che non solo si radica nell’esperienza del sindacalismo rivoluzionario degli inizi del Novecento, ma, in una prospettiva più ampia identifica la specificità dell’essere umano rispetto a tutti gli altri esseri viventi. La centralità del lavoro è la centralità dello Stato sociale, una centralità che identifica, in modo non equivoco, la dimensione europea del politico. Ma, al di là della dimensione sociale, qual è la dimensione dell’identità europea?

Gli interventi

Giuseppe Scalici (Il nodo gordiano della potenza europea) richiama la comune eredità indoeuropea, la tradizione del pensiero greco, l’esemplarità romana nella configurazione dello Ius e le loro recenti rievocazioni. Punto di riferimento è il “dialogo” fra Carl Schmitt ed Ernst Jünger intitolato Il nodo di Gordio e la delineazione della dimensione “occidentale” come volontà di aprirsi nuove strade, mentre la dimensione “orientale” sarebbe legata al limite, al confine del proprio territorio. Tuttavia, Occidente e Oriente rappresentano due facce della stessa medaglia, due aspetti dello Spirito che si realizzano secondo due modalità diverse, secondo Schmitt. Modalità che sono attuate nell’opposizione Terra/Mare che configurano il destino dei popoli legati alla Terra (i popoli più antichi) e il destino dei popoli legati al mare (i popoli affacciatisi alla storia in tempi più recenti). I popoli legati alla terra son i popoli europei. L’Europa, come osserva Eichenlaub, nonostante secoli e secoli di guerre ha la possibilità di conquistare la potenza, diventando, così, un fattore di equilibrio tra la Cina e gli Stati Uniti. Quindi, sussistono le condizioni diplomatiche per una Europa “terza forza” fra Cina e Stati Uniti.

È possibile un autotrascendimento dei singoli Stati attuali che compongono, oggi, l’Unione Europea? È possibile, ma soltanto grazie a un “partito europeo”. Il “partito europeo” non è stato costruito dai continuatori del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, né dai seguaci di Jean Thiriart. L’Unione Europea è nata diplomaticamente, dalla diplomazia commerciale e dall’integrazione dei mercati incoraggiata dagli Stati Uniti d’America al tempo dello European Recovery Program. Essa non ha, attualmente, altro volto politico che quello diplomatico; un volto che appartiene all’ Alleanza Atlantica, nel concreto.

Gian Piero Joime (Cogliere la sfida della “Grande Transizione”) pone una domanda fondamentale: può l’Unione Europea reggere la sfida competitiva basata sulla transizione ecologica e, dunque, sulla grande trasformazione in atto dei sistemi dell’offerta e dei modelli del consumo, condotta dalla Cina e dagli Stati Uniti? La transizione va guidata, pena il rischio della marginalizzazione delle imprese e dei territori del sistema competitivo globale. Proprio nelle fonti energetiche rinnovabili (il principale asse della transizione ecologica), le materie prime, così come le tecnologie e molte componenti, sono sotto il controllo dell’industria cinese e, in parte, statunitense. Occorre, quindi, trasformare l’Unione Europea da grande acquirente a grande produttore, sia nel digitale, sia nelle rinnovabili. Si può seguire l’indicazione che potrebbe venire dalla America’s Supply Chains promossa da Joe Biden per individuare i maggiori settori di criticità dell’industria statunitense: produzione di semiconduttori, dispositivi di microelettronica avanzata, batterie di alta capacità (come quelle per i veicoli elettrici), i minerali critici e le terre rare, i prodotti farmaceutici e i principi attivi farmaceutici. Si tratta, dunque, di contrastare i gravi danni della delocalizzazione globalista, specialmente nelle aree di maggiore interesse per la transizione digital-ecologica. L’Unione Europea si è mossa con lentezza con il Green Deal Industrial Plan for the Net-Zero Age Critical Raw Materials Act; il sostegno  fornito alle imprese europee è, per ora, modesto rispetto agli interventi statunitensi e cinesi in merito. Soltanto un potere federale potrebbe agire più tempestivamente.

Marco Massarini (La sovranità economica ed energetica europea), rileva l’estrema fragilità del settore bancario, la crisi dei debiti sovrani, la recente crisi della Silicon Valley Bank e pone la domanda: in questo scenario quale può essere il futuro dell’Unione Europea? Esso potrà essere configurato in modo stabile attraverso un Fondo Sovrano Europeo, come proposto da Ursula von der Leyen, per investire in settori strategici per lo sviluppo dell’economia europea; a differenza del Pnrr, il Fondo sarebbe permanente e non dovrebbe essere alimentato attraverso nuove emissioni di euro, ma da risorse già presenti sul mercato; se ne hanno alcuni esempi: il Fondo Sovrano Cinese (1400 miliardi di dollari), i molteplici diversi fondi U.S.A. (compresi i fondi pensionistici) che spostano ingenti quantità di capitale, il Fondo della Norvegia. Occorre, inoltre, una reale sovranità energetica che inverta la tendenza, già attiva prima dell’aggressione russa all’Ucraina, ad approvvigionarsi di gas da fonti extra-europee. Occorre, infine, una strategia fiscale organizzata che livelli le differenze fiscali tra i singoli Stati inibendo l’esistenza di “paradisi fiscali” nel cuore dell’Europa stessa.

Esigenze, tutte, che richiedono l’esistenza di uno Stato federale, l’esistenza di un federalismo “centripeto”.

Francesco Boco (Tecnologia, rappresentanze e unità tecnologica continentale) muove dalla recisa affermazione che la tecnica è retaggio europeo. La tecnica non è neutrale: “ogni artefatto tecnologico parte con dei presupposti di utilizzo individuati dal suo ‘sviluppatore’ o ‘creatore’”. Il sistema capitalistico può essere superato “attraverso una progettualità che preveda un nuovo modello di partecipazione e di rappresentanza alle categorie produttive”, con un movimento lungo tre assi: Competenza, Rete e Innovazione. La comprensione delle dinamiche del mondo in cui viviamo implica la rapidità del pensiero dato che nei prossimi anni, l’intelligenza artificiale diverrà centrale, pervasiva in tutta la dimensione vitale e si potrà essere operativi, quindi, in qualsiasi luogo. Questo contesto avrà come sua opportunità centrale l’innovazione che tende a svincolarsi, nella propria creatività, dal capitale monopolistico. Una fitta rete di piccole imprese, di medie imprese potrebbe creare una catena che potrebbe mettere capo a una Unione Tecnologica Continentale. Nel nuovo contesto segnato dall’Intelligenza Artificiale, anche il paradigma della partecipazione politica è destinato a cambiare, perché lo stesso assetto parlamentare sarà toccato da queste trasformazioni.

L’intero processo qui prefigurato richiede, naturalmente un quadro giuridico-politico continentale, il quadro di uno Stato federale.

Francesco Guarente (L’idea partecipativa in Europa e nel nuovo contesto tecnologico) rileva che valori condivisi, di cui si sostanzia una unione politica, esigono di appoggiarsi al lavoro, perché “è il lavoro dell’uomo che crea, struttura e forgia le nazioni e gli imperi”. Nell’ambito del lavoro, come nell’ambito più latamente politico, la partecipazione è un principio unificatore. La partecipazione aziendale può porre un freno a politiche industriali fuori controllo (come avrebbe potuto essere nel caso Whirlpool), sulla base della rivendicazione del valore sociale della proprietà privata (sancito anche dalla Costituzione italiana). A livello continentale, la partecipazione può essere uno strumento utile a spronare nuove energie produttive da parte di imprese e lavoratori.” Le organizzazioni dei lavoratori devono poter gestire l’applicazione della tecnologia alla crescita economica, attraverso la partecipazione. La partecipazione è l’alternativa europea al capitalismo.

Il garante dell’immensa rete di partecipazione che potrebbe innervare l’intera società europea non può che essere lo Stato federale europeo.

Ettore Rivabella (La crisi della “democrazia rappresentativa” e i mutamenti in atto) rileva che la “democrazia rappresentativa” non esiste più, nella sostanza: il calo progressivo dell’affluenza elettorale in Europa (in particolare in Italia e in Francia) mostra che le masse non partecipano alla decisionalità politica. Il fatto che nel simbolo di un partito ci sia, come, ormai, per lo più, accade, il nome di un Segretario, indica un appello al voto del “gruppo” che fa riferimento a lui, non un appello alla partecipazione popolare. L’economia capitalistica non è più prevalentemente legata al territorio, perché essa è sempre più economia finanziaria che, con grande facilità, genera “bolle speculative” perché è orientata al profitto rapido. Negli ultimi quarant’anni abbiamo perso, così, assets strategici importantissimi; buona parte delle industrie risponde a obiettivi che non sono nostri. La soluzione sta, forse, in una democrazia organica e partecipativa fondata su forme di cogestione aziendale. Il tema della partecipazione deve essere sviluppato fondandolo sulla scuola, perché dalla scuola nascono i produttori; ma la scuola manca, oggi, di qualsiasi visione strategica ed è lontana dal mondo del lavoro. Occorre, inoltre, rendere cogenti le strutture portanti della Responsabilità Sociale dell’Impresa. I vari competitors, invece, oggi, non sono tenuti a rispettare tutti le stesse regole, il che favorisce delocalizzazioni e dumping sociale. La globalizzazione stessa può essere governata soltanto attraverso l’individuazione di condizioni minime di sostenibilità del lavoro, correlate, magari, alle peculiarità delle nazioni considerate.

Anche in questo caso, una organizzazione complessiva virtuosa del mondo del lavoro e della scuola richiede la presenza di un attore statale federale.

Sergio Filacchioni (Per una scuola del Mito e della Partecipazione) rileva come oggi abbiamo “una scuola che smobilita l’uomo” e lo avvia nella direzione di un sempre maggiore disimpegno e di una sempre maggiore deresponsabilizzazione, fondamentalmente perché mancano esempi di riferimento. Manca il mito, mancano “immagini atemporali ed universali che mostrino qual è il ruolo dell’Uomo in relazione a sé stesso e al Cosmo”. Allo studente non si dà la tecnica per impossessarsi dei mezzi di produzione e, quindi, di partecipazione alla vita pubblica. Occorre invece rendere gli studenti protagonisti della propria educazione, cioè partecipi della propria educazione: la scuola deve essere campo di imposizione della Volontà.

Nell’intervento di chiusura Francesco Paolo Capone rileva che l’Unione Europea è ancora molto lontana dallo stimolare alla vera partecipazione; quest’ultima prevede anche la trasformazione dell’attuale modello contrattuale, che assorbe quasi tutti gli istituti contrattuali, in un contratto nazionale “cornice” che garantisca i diritti inalienabili per, poi, ad un secondo livello, cioè il livello aziendale, impostare caso per caso (azienda per azienda) una struttura atta a creare quel sistema che, retribuendo in parte anche il capitale, retribuisce anche e soprattutto il lavoratore.”

Anche qui, soltanto una struttura statale federale è in grado di garantire un assetto autenticamente partecipativo.

Come il Lettore avrà compreso, il Convegno ha portato tutti gli elementi fondamentali necessari a porre il problema: come arrivare all’Europa federale, agli “Stati Uniti d’Europa”? Il problema dello Stato federale è centrale, ma molto complesso. Tutti gli Stati in Europa si sono formati attraverso due movimenti: la creazione di un mercato unico (o, per lo meno unitario) e una volontà politica di creare le strutture giuridiche, istituzionali in grado di governare il mercato unico, talora sotto la pressione di una minaccia esterna, talora con l’appoggio diplomatico di potenze esterne. Tuttavia, l’Europa, attualmente, fa parte di un assetto finanziario e militare che mette capo agli Stati Uniti d’America ed è difficile, al presente, individuare interessi che siano specificamente “europei” e tali da stimolare a percorrere la via di una unificazione politica e militare. È possibile, tuttavia, che la creazione di un Welfare europeo, di un sistema partecipativo europeo, di una cultura del lavoro europea, se si attuerà, porti a una maggiore individuazione del sub-continente e a una spinta diplomatica ad acquisire spazi di autonomia e, forse, di indipendenza. Si tratta di una rivoluzione culturale che deve accompagnare la trasformazione economica e mettere capo a una configurazione politica federale (dato che si tratta di unire una molteplicità, non di costituire un blocco uniforme).

Gli Atti del Convegno costituiscono una corposa presa di coscienza di questo multiforme problema.

Francesco Ingravalle

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