A prima vista non vi sono nomi così distanti fra loro, per le scelte di vita e i percorsi culturali, come Julius Evola e John Ronald Reuel Tolkien, fra il pensatore tradizionalista italiano e il filologo e scrittore inglese, fra l’autore della Rivolta contro il mondo moderno e l’autore de Il Signore degli Anelli.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2023

Il primo propugnatore dell’idealismo magico e dell’individuo assoluto, esoterista, teorizzatore di una «via della mano sinistra» per la realizzazione interiore, fra i massimi esponenti della tradizione, sostenitore di un «anarchismo di destra» in un mondo che ha perso tutti i valori, acerrimo critico del cristianesimo e del cattolicesimo progressista e adeguato ai tempi, antidemocratico e vicino al fascismo. Il secondo amoroso padre di famiglia, conservatore, studioso delle lingue, amante dei miti del Nord, nemico di ogni totalitarismo, cattolico romano osservante e praticante ancorché avversario di ogni «aggiornamento» e «progressismo», devoto della Madonna, autore di saghe fantastiche in un mondo immaginario ancorché reale.

Molte differenze di cultura e di stile di vita, eppure unificati da qualcosa: altrimenti non si spiegherebbe l’incondizionata passione per l’uno e per l’altro che, negli anni Settanta, spinse molti ragazzi della destra italiana più spirituale, e se vogliamo «tradizionale», a leggere con passione sia le opere di Evola che quelle di Tolkien, spesso passando dalle prime alle seconde, anzi, di più: apprezzando quelle di Tolkien proprio per aver in precedenza lette quelle di Evola e di altri autori tradizionali come Guénon e Schuon, Burckhardt e Coomaraswamy, tradotti a quel tempo soprattutto dalle Edizioni Mediterranee e dalla Rusconi.

Consonanze decisive tra Evola e Tolkien

Che cos’era questo «qualcosa»? Sono già state effettuate alcune analisi che hanno comparato i simbolismi presenti nella saggistica dell’uno, soprattutto in opere come La Tradizione ermetica, Il mistero del Graal e Rivolta contro il modo moderno, con la narrativa dell’altro in libri come Il Silmarillion, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, per concludere che in entrambi sono presenti gli stessi e che entrambi li usano e li intendono allo stesso modo: da quelli naturali (l’albero, la montagna, la caverna) a quelli più generali (il viaggio) e spirituali (la regalità), solo per fare alcuni esempi.

Ma c’è un particolare, una caratteristica, sottesi a tutto il pensiero sia del filosofo italiano che del filologo inglese, che a mio parere li unifica e raccorda al di là d’insanabili differenze. Ed è la loro implacabile critica alla modernità, agli eccessi e agli orrori del mondo di oggi in cui vivevano e che hanno assaporato sulla loro pelle. Praticamente coetanei (Evola nacque nel 1898 e morì nel 1974; Tolkien nacque nel 1892 e morì nel 1973), attraversarono in pieno il cosiddetto periodo della crisi fra le due guerre mondiali e ne constatarono le conseguenze più tragiche dopo il 1945.

Critica della modernità

L’obiezione che si fa agli antimoderni è sempre la stessa: come si può essere contro il mondo moderno quando ci ha portato tanti benefici? Così rispondeva, nel 1970, un grande reazionario dimenticato, Panfilo Gentile: «Siamo in un’epoca di decadenza? Prevediamo l’obiezione. Decadente l’epoca dei voli spaziali, della televisione, dei trapianti, della penicillina, della cosiddetta civiltà del benessere? Facile rispondere che il progresso scientifico, del quale noi non contestiamo i benefici, non è stato accompagnato da un miglioramento dell’uomo, che è poi colui che decide dell’uso degli strumenti messi a disposizione dal progresso scientifico. La scienza è moralmente, socialmente, politicamente neutrale: offre all’uomo gli strumenti per sottomettere la natura ma non per governare se stesso. Orbene, volgendosi a guardare le creazioni umane, l’arte, la filosofia, la morale, il costume, gli ordinamenti giuridici, le ideologie politiche, basta non aver perduto il senno per vedere l’abisso nel quale l’Occidente sta precipitando» (Apologia della reazione, in Democrazie mafiose, Ponte alle Grazie, Firenze 2005, pp. 297-298).

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Posizione, questa, comune, a una illustre serie di intellettuali, filosofi, romanzieri, scienziati che scrissero soprattutto fra le due guerre, accomunati sotto quella che oggi gli studiosi definiscono la «cultura della crisi» e che ideologicamente erano trasversali: ricordiamo Mann e Zweig, Hesse e Schweizter, Ortega y Gasset e Huizinga, Musil e Valéry, Spengler e Péguy, Benda e Adorno, Freud e Berdjaev, Toynbee e Sombart, Scheler e Weber, D.H. Lawrence ed Eliot, Bernanos e Svevo, Munford e Carrel, Huxley e Burzio, Orwell e Keyserling, Rops e Heidegger. Il meglio, come si vede, della cultura del Novecento. E naturalmente anche i pensatori tradizionalisti come Guénon ed Evola, e il nostro filologo oxoniense, Tolkien. Tutti ritenevano che la scienza avesse…

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