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Roma, 25 set – Nel cantos 73 del ciclo malatestiano Ezra Pound si fa guidare dallo spirito di Guido Cavalcanti e, passando per Arimino, fa conoscere al mondo lo spirito gagliardo di un’anonima contadinella romagnola. La storia della brava pupetta fu raccontata – probabilmente inventata, ma non è questo il punto – al poeta statunitense da Ezio Camuncoli (Gatteo 1895 – 1957). Una delle più brillanti, ma allo stesso tempo sconosciute, firme romagnole del secolo scorso. Ignoto perché dimenticato. Anche dal suo paese natìo, per lo meno fino a che la cittadina posta tra Rimini e Cesena è stata amministrata dalla sinistra. Recentemente infatti la giunta di centrodestra ne ha onorato il ricordo intitolando una via.



Ezio Camuncoli e la prima metà del ‘900

Prestigioso giornalista, redattore del Popolo d’Italia nonché direttore nel biennio 1942-1943 del Corriere Padano, quotidiano ferrarese fondato da Italo Balbo. Considerato il maggiore scrittore riminese del ‘900, l’amicizia lo lega ad altri letterati locali dell’epoca, come Alfredo Panzini e Marino Moretti, oltre che al compositore lucchese Giacomo Puccini. Olga Oliana (1935), L’Agenzia Felsner (1937, capolavoro nel quale è descritto il “funeralino” del piccolo Mirtillo, che riporta al dramma personale della perdita di un figlio di pochi mesi) e Caffè Mozart (1939) sono alcuni dei romanzi pubblicati nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale. Ostracizzato dalla cultura “democratica” per via della mai rinnegata adesione al fascismo prima e alla Repubblica Sociale poi. Nonostante ciò la sua produzione continua imperterrita, ma per guadagnarsi da vivere dirige una piccola industria di maglieria.

La damnatio memoriae

Il 3 giugno 1944 è una data spartiacque nella vita di quest’uomo mite e geniale: il figlio, volontario assegnato ai paracadutisti, offre l’estremo sacrificio durante la difesa di Roma. Continua a scrivere, quasi come se l’arte fosse un rifugio da quell’Italia che – se non bastasse la perdita carnale di Ferdinando – vorrebbe curarne l’intransigenza con la terapia dell’oblio. Nel dopoguerra prende quindi forma Il Quadernaccio riminese, ciclo di 4 romanzi composto tra il 1949 e 1955 (Tre giorni di bora, Zebedeo in Aprusa. La femmina pazza, Il mal perverso). Anastasìa, invece, l’opera più impegnativa – anni di ricerca e duro lavoro – rimane inedita. Ezio Camuncoli non la ritenne mai matura per la pubblicazione.

Se cancellare il marmo è impossibile e disarticolare le conquiste sociali risulta essere controproducente – allora il tendone del circo mediatico pro-austerità non era stato ancora montato – le frustrazioni della nomenclatura vincitrice si abbattono su chi decide di non scendere a compromessi. Più ci si allontana dal periodo compreso tra i due conflitti mondiali, più questa malsana e sinistra cupidigia monta. Amareggiato dal mercato delle coscienze e della dignità il romanziere, come racconta l’amico pittore Luigi Pasquini, cerca la morte. O, almeno, non fa nulla per allontanarla da sé.

L’artista mira alla perfezione

Per Ezio Camuncoli il romanzo – composito e complesso – non può prescindere dalle arti e dalla scienza, dalla natura e dalla filosofia. Lo scrittore, inoltre, deve essere allo stesso tempo psicologo e moralista, storico e teologo. La narrazione del gatteese infatti assorbe luce, tenebre, amore, odio, ribellione e trasgressione: una multiformità sì, ma mirante alla perfezione. Pensiero che ricorda quello espresso qualche decennio più tardi da Dominique Venner, il quale, nel suo breviario – o meglio nel suo testamento spirituale – “Un samurai d’occidente” lascia al mondo identitario una consegna: la natura come solco, l’eccellenza come fine, la bellezza come orizzonte. Vae victis? Non fino a quando ci sarà qualcuno che ravviverà il loro fuoco.

Marco Battistini



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