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Roma, 5 ago – Se lo storico tace, tocca allo scrittore impugnare la penna. Se poi lo storico tace per timore o convenienza, lo scrittore ci prova ancora più gusto. È da qui che il compianto Antonio Pennacchi ha iniziato il suo «viaggio per le città del Duce». L’autore di Canale Mussolini – romanzo sull’epopea della bonifica fascista che gli è valso il Premio Strega – pensava di dover visitare al massimo una dozzina di centri urbani, quelli più famosi. E invece più scavava, e più ne trovava: «Io nasco narratore. Storico mi ci sono dovuto fare perché non c’era nessun altro. Solo per questo. […] E m’è toccato cambiare registro: la storia vera la stavo a fare io, quelli fino adesso avevano raccontato Cappuccetto rosso. Ma a te pare che uno storico di professione possa continuare a dire per quarant’anni che il Duce ha fatto 12 città, senza accorgersi invece che ne ha fatte almeno 147, tra grandi e piccole?», si chiede giustamente Pennacchi nell’introduzione a Fascio e martello (Laterza, 2008).



Il marmo che vince sulla palude

Così, quella che doveva essere una scampagnata si è presto trasformata in una vera e propria Odissea. E più Pennacchi si avventurava tra le vestigia del marmo che aveva vinto sulla palude, più cresceva la sua collera verso quegli «storici di professione» che avevano rinunciato a fare il loro mestiere per buona creanza antifascista: «Dice: “Vabbe’, ma abbiamo costruito tanto pure noi nel dopoguerra”. Che ragionamenti. Sono buoni tutti, quando hai fatto i soldi e ti sei ritrovato la strada spianata. Ma quando le hanno fatte loro non c’era una lira e tutte le pianure del nostro Paese – soprattutto nel Centro-Sud – erano completamente abbandonate da secoli. […] La pianura italiana era un deserto, “un deserto paludoso-malarico” dicono i geografi. E quelli – tra gli anni Venti e i Quaranta – sono andati a riconquistarlo, con 147 nuove fondazioni. Hanno ripopolato la pianura. E tutto quello che hai fatto tu dopo – ivi compresi purtroppo i disastri, poi dice la democrazia – lo hai fatto solo perché quelli t’avevano tracciato il solco».

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Pennacchi e le città del Duce

Insomma, la lista delle città di fondazione non poteva terminare con Littoria (Latina), Aprilia, Sabaudia, Carbonia, Mussolinia (Arborea) e poche altre: «Andavo in una città, scavavo e ne trovavo altre dieci», spiega Pennacchi. Che poi si è appassionato anche a un altro pezzo di storia surrettiziamente rimosso dai soliti noti: l’assalto al latifondo. E non solo nell’agro pontino, ma anche e soprattutto in Puglia e in Sicilia. La rendita improduttiva, del resto, piacerà tanto ai «sinceri democratici» con il monocolo, ma non piaceva per niente al Duce: «Gli sarà rimasto di quando era socialista», ipotizza Pennacchi. Poi, però, sono arrivati i «liberatori». E la musica è cambiata: «La riforma agraria della Dc, negli anni Cinquanta, ha vanificato ogni sforzo, ha lasciato ogni cosa come stava ed ha risolto i problemi del bracciantato pugliese facendolo emigrare – in più di seicentomila – al Nord e in Germania», nota un amareggiato Pennacchi. «E Segezia e le altre sono rimaste là, coi muri scrostati. Pompei del Novecento appunto, senza nemmeno un turista ad aggirarcisi per caso». Era la palude che si prendeva la sua rivincita sul marmo. Quella palude in cui tuttora ci troviamo.

Valerio Benedetti

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1 commento

  1. Grande uomo e scrittore . per quanto ne so chiunque viva nelle provincie delle città quali Ferrara e Ravenna , soprattutto nelle terre verso il mare sa bene che la terra sotto i suoi piedi , le scuole ed i municipi li deve al duro lavoro di chi nei primi anni 20 le strappò alle paludi e costruì mattone su mattone. Gente fiera che non aveva nulla se non la propria miseria, ma non temeva il duro lavoro e con il duro lavoro hanno bonificato terre e costruito . gli edifici sono innegabilmente tutti di epoca fascista.

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