Milano, 24 gen – Filosofo, scrittore, già professore ordinario di estetica all’Università degli Studi di Milano, Stefano Zecchi è autore di saggi e romanzi illuminanti che hanno segnato un mondo non allineato al pensiero dominante. Parlare con lui è come immergersi nei sui libri, da La Bellezza a L’Artista Armato, indagando sul significato e sul destino della cultura italiana. Come ricordarci che in fondo vale sempre l’esortazione senechiana: animum debes mutare, non caelum.

Intervista a Stefano Zecchi

Professore, lei è stato assessore alla Cultura del comune di Milano tra il 2005 e il 2006, nonché consigliere comunale a Venezia. Adesso è candidato alle elezioni regionali in Lombardia con Fratelli d’Italia. La cultura finalmente al centro dell’agenda politica?

La cultura deve sempre misurarsi con la realtà, non mi sono mai tirato indietro quando ho ritenuto di poter dare un contributo. E’ importante portare la propria esperienza culturale nell’azione politica e amministrativa. Ho scelto di candidarmi con FdI perché mi piace il progetto di un partito conservatore che può articolarsi in visioni differenti. Faccio mia in tal senso una riflessione di Martin Heidegger: “L’uomo ha fatto sempre qualcosa di buono quando aveva un focolare e una tradizione”. Ecco, una parte della mia formazione si è sempre sviluppata attraverso filosofi che potrei mettere dentro a una grande circonferenza, quella della Rivoluzione conservatrice. Si va da Spengler a Junger, passando per Evola. La Rivoluzione conservatrice a mio avviso è proprio questo: l’idea di un volo della Fenice verso il futuro, con lo sguardo rivolto al passato. Non una politica che sia guardiana delle ceneri, ma che sia custode del passato e al contempo aperta al futuro e alla trasformazione.

Perché la destra vince le elezioni ma fa fatica a imporsi culturalmente?

Ci sono ragioni storiche molto precise, ma non c’è affatto una subalternità culturale. La grande cultura europea è sempre stata “altro”, da Proust a Mann, passando per Eliot e Pound. Il problema vero è che a destra c’è una sorta di sottomissione e si fatica a mostrarsi e a prendere il comando. In ogni caso, non c’è una supremazia culturale della sinistra, c’è semmai una supremazia del potere culturale della sinistra. E’ indubbio che abbia prevalso la linea di Gramsci che ha consentito l’affermazione di una determinata egemonia culturale, ovvero la capacità di un partito di creare non tanto una militanza, ma una adesione politica. Nel dopoguerra questa visione si è ancora di più affermata. Nel dopoguerra cosa è accaduto? Il mondo della cultura, dell’editoria e del giornalismo è stato lasciato in mano alla sinistra, mentre tutto il mondo del grande arcipelago di destra non è riuscito a tenere in piedi le agenzie culturali. E’ esattamente questo che oggi dovrebbe essere trasformato.

Cosa fare allora, come ci si oppone concretamente a questa egemonia culturale della sinistra? 

Cercando di fare quello che ha fatto la sinistra, senza però l’imposizione del potere culturale, ma creando un’egemonia culturale che utilizzi la grande tradizione della letteratura, della musica e dell’arte europee. Tutto parte dalla scuola, dalla formazione anche degli insegnanti. Le faccio un piccolo esempio: la Giornata del Ricordo. Da circa dieci anni in tal senso stanno cambiando gli orientamenti perché si è riusciti a fare una giusta comunicazione nelle scuole. Io ci ho provato con la narrativa, non essendo uno storico, per dare un contribuito alla memoria di quel periodo. Uno dei romanzi (Quando ci batteva forte il cuore) che ho scritto, è stato adottato come libro di testo in una scuola. Fino a dieci anni fa questa cosa sarebbe stata impensabile. Ecco, adesso non dobbiamo creare una dittatura del potere culturale, ci mancherebbe altro. Serve al contrario tanta formazione, per far sapere che esistono realtà che non sono quelle dominanti. E poi serve orgoglio nella propria tradizione, non pensare mai di essere subalterni, perché non lo siamo. Essere sempre fortemente orgogliosi della nostra tradizione e della nostra storia.

A proposito di cultura, cosa ne pensa delle polemiche scaturite dalle parole del ministro Sangiuliano su Dante?

Il ministro ha puntualizzato che è una provocazione per cercare di riportare l’attenzione sul valore della cultura di destra. Tuttavia c’è un fondo di verità, perché al tempo di Dante ovviamente non c’erano la sinistra e la destra, ma c’erano i papalini e gli imperiali. L’Italia alla fine è sempre stata divisa in questo modo. In ogni caso ho apprezzato l’uscita di Sangiuliano, perché serve anche il coraggio della provocazione per evitare la banalità, riportando così l’attenzione su una questione più generale. Non a caso la sinistra lo ha attaccato sulla correttezza storica, ma è chiaro che era una provocazione metaforica.

Torniamo all’importanza della scuola e della formazione. Perché oggi i giovani sono sempre più disincantanti e disinteressati alla politica?

Vede, il ministero più importante di questo governo a mio avviso è proprio quello dell’Istruzione, perché serve una scuola pubblica in grado di formare i ragazzi in una certa direzione. La vera questione da affrontare è quella della formazione dei nostri giovani. Mio figlio ha 19 anni, sa dove si impegna? Nelle attività solidaristiche, là dove c’è un rapporto diretto tra la persona e i suoi problemi. La politica deve intervenire nella formazione dei ragazzi, fornendogli gli strumenti per comprendere i problemi attuali, non concentrandosi su questioni astratte e lontane dalla realtà. I ragazzi oggi non sono affatto degli sbandati, o se in parte lo sono è perché non li abbiamo formati. E’ proprio la scuola la base di tutto, perché la scuola deve far crescere i ragazzi con spirito critico, non ideologizzato.

Eugenio Palazzini

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1 commento

  1. “Papalino” e/o “imperiale”, dx e/o sx, ideologia e/o non ideologia (ismi/non ismi), ma dove è l’ uomo fondamento, integrale, tradizionale tutto d’ un pezzo? Di pianura, monti e mari come unico distinguo nelle condizioni di partenza verso il Cielo come condizione unificante di arrivo?

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