Un convincimento diffuso, ancora oggi, è che la Spagna tra gli anni Sessanta del Novecento e la morte di Franco, avvenuta nel 1975, abbia espresso una cultura asfittica, priva di originalità, di bassissimo rilievo. Poi, scomparso il franchismo, diradatasi la cappa plumbea della dittatura, sia esplosa fragorosamente e allegramente, in ogni settore. In fondo, la cultura era lo specchio di una società ingabbiata e arretrata. Povera di mezzi e di idee. Lontana dal resto dell’Europa che viaggiava, non solo metaforicamente, su altri binari. Infatti, quelli spagnoli erano diversi da quelli francesi. Arrivati alla frontiera si doveva cambiare treno. Ovviamente è un convincimento schematico, per nulla corrispondente alla realtà.

Uno stereotipo duro a morire

Certo l’immagine della Spagna post-franchista arrivata dai film di Pedro AlmodóvarPepi, Luci, Bom y otras chicas del montón (1980) su tutti – e dai romanzi di Almudena Grandes – Las edades de Lulú (1989) su tutti – hanno contribuito in maniera decisiva al consolidarsi dello stereotipo. Bagliori di luce smorzati contro colori fluorescenti. Staticità contro dinamismo. Sessualità debordante contro perbenismo. Ma, come è ben noto, la realtà spiegata attraverso colori netti e contrapposti non aiuta la comprensione. Le sfumature si rivelano più utili. Inoltre, la cultura spagnola, in Italia, non ha creato entusiastiche ricezioni.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di maggio 2022

Prendiamo la letteratura. Abbiamo avuto mode di ogni tendenza. Ci si è inebriati per lo sperimentalismo francese, per quello americano. Poi c’è stato il realismo magico latino-americano. C’è stata la stagione dei tedeschi e dei mitteleuropei. Kundera, Pessoa, Yourcenar… Alla Spagna siamo restati impermeabili. I due premi Nobel Vicente Aleixandre (1977) e Camilo José Cela (1989) hanno suscitato scarso interesse. L’immagine in bianco e nero della stagione crepuscolare della Spagna franchista, impaurita, impoverita e impossibilitata a esprimersi, trova ben altra rappresentazione nel romanzo davvero insolito di Francisco (Paco) Umbral, La notte che arrivai al Café Gijón (Settecolori).

Il quadro di un’epoca

Innanzitutto, il romanzo è insolito per lo stile. Non ha una trama. È un susseguirsi di descrizioni di una fauna lussureggiante vissuta a Madrid. La capitale è il centro del mondo. E il centro del centro del mondo è il Café Gijón. Umbral è un provinciale a Madrid. Povero, curioso, determinato. Vuole diventare scrittore. E il Gijón gli appare il luogo adatto per riuscirci: «Dalla cittadina di provincia mi ero portato i quattro soldi che avevo e per qualche tempo rimasi a vedere come si mettevano le cose».

Seduto al tavolo scruta gli avventori. Un mondo variopinto. Comici, poeti, giornalisti, cantanti, studenti universitari, perdigiorno, pittori, scrittori di ogni età noti, sconosciuti o immaginari. In molti hanno un copione sotto il braccio. Vogliono fare cinema o teatro. Le donne sono una presenza essenziale. Belle e brutte. Silenti e ciarliere. Sciatte o eleganti. Progressiste e conservatrici. C’è l’angolo delle modelle – la presenza più insolita – «fate con le ali», alte a magre, «stormo di uccelli migratori e agili» divertiti o annoiati. Un mondo a parte, che avvicinano solo gli attori. Un gradino sotto è occupato dalle attricette e dalle straniere di passaggio, ninfe americane, europee e ispano-americane.

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Gli avventori si riuniscono in gruppi diversi. Hanno abitudini, orari, modo di vestire e di parlare specifici. Umbral registra le loro conversazioni. E scopre che al Café Gijón – ideale teatro della civiltà della conversazione – «è stato raggiunto il difficile equilibrio nazionale, la riconciliazione delle due Spagne attorno a una brocca d’acqua: chi veniva dalle carceri di Franco riempiva il bicchiere a chi arrivava dalle truppe trionfali. Chi indossava gli abiti inamidati dei ministeri dava da accendere a chi fumava il tabacco da strada dei perseguitati».

Umbral tra Nietzsche e Almodóvar

Gli inizi del giovane provinciale sono per nulla semplici. L’intuito non gli manca: nel «girovagare tra caffè, studi cinematografici, bar, case di gente famosa e la vita madrilena in generale, una cosa che avevo imparato è che bisogna essere profumati». Lo scrittore in formazione si trasforma così in dandy, uno snob autentico che divora Nietzsche, «grandioso scrittore, un uomo immediato, palpabile e un pensatore distruttivo e spaventosamente lucido». Legge voracemente: «Compravo libri, rubavo libri, mi prestavano libri, mi danno libri». Un pomeriggio appare Camilo Cela. Si siede al tavolo e alcune signore gli prestano un ventaglio. Umbral non ha dubbi. È il più grande scrittore spagnolo, oltreché un «talento verbale singolare». La Spagna di Franco è stata…

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